mercoledì 8 luglio 2020

Il potere della persuasione è più forte di qualsiasi cospirazione

Come sapete mi sto appassionando ad una serie tv di NetflixAquarius. Ripercorre le vicende della comune di Charles Manson nei mesi precedenti quello che viene chiamato l’eccidio di Cielo Drive, compiuto tra l’8 e il 9 Agosto 1969. Questa comune era il classico ritrovo hippie tutto love and peace, come ce n’erano in quantità sparse negli Stati Uniti. Amore e pace, sì, in apparenza, ma la violenza, la coercizione, all’interno era incredibilmente notevole. La questione che mi ha incuriosito di più è stata questa: come si è passati dalla beat generation alla summer of love e infine all’omicidio? Si potrebbe dire che quella comune era un “caso a parte”. Questo è indubbiamente una parte — solo una parte — di verità perché, studiando a fondo quel periodo — per quanto a fondo si possa andare — si nota che alcune illogicità della “filosofia” avrebbero potuto portare a situazioni contrarie agli ideali originari.

Certo, il movimento è stato importante per l’affermazione di alcuni diritti civili che all’epoca erano veramante arretrati. Inoltre, il dopo-guerra è stato un periodo in cui la ritrovata pace spingeva verso una rassicurante omologazione, che però era assai pericolosa in quanto minava subliminalmente (alcune volte anche in maniera poliziesca) la libertà di pensiero.

Detto in altro modo, come si è passati da questo:

Ho visto le migliori menti della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa

(Howl,  Allen Ginsberg – 1956)

A questo:

Se andrai a San Francisco
assicurati di indossare dei fiori tra i capelli
Se andrai a San Francisco
incontrerai molte persone gentili laggiù

(San Francisco, Scott McKenzie – 1967)

Per poi arrivare qui:

(Susan Atkins, Patricia Krenwinkel, Leslie Van Houten – 1970)

Nella foto sopra ci sono Susan AtkinsPatricia Krenwinkel  e Leslie Van Houten che cantano allegramente una cazonetta mentre vanno a processo per i fatti di sangue noti come l’eccidio di Cielo Drive e l’omicidio LaBianca.

La società americana, imprigionata dalla smisurata povertà delle periferie metropolitane e dalla mancanza di libertà civile di molte minoranze, cerca in un primo momento la pacifica omologazione dei voleri e delle necessità. In seguito una sparuta minoranza cerca nelle forme artistiche — poesia e narrativa soprattutto — una volontà di riscatto. La protesta contro l’iniquità della società post-bellica esplode nelle poesie di Allen Ginsberg, nella narrativa poetica di Jack Kerouac. In seguito questa protesta diventa “massa”. In qualche modo si “volgarizza”. Non in senso dispregiativo, ma proprio nel senso che gli agitatori del movimento anti-establishment cercano di raggiungere più persone possibili, semplificando il messaggio. Dalla poesia alla piazza.

Durante le mie ricerche per ogni dove internettiano sono riuscito a trovare un video che mi ha parecchio interessato. Il video riguarda un programma talk show americano sulla questione giovanile e sul passaggio dalla beat generation alla generazione hippie. Si discute se la seconda sia l’evoluzione della prima o altro e diverso movimento e, questione che a me ha interessato perchè in tema con il mio dubbio sulla violenza nelle comuni, sulla organizzazione strutturale e sociale di queste comunità.

Il video non lo metto qui per ragioni di copyright. Per vederlo basta mettere su google questa ricerca: “Firing Line with William F. Buckley Jr.: The Hippies” e andate su video. Il video in questione è quello di 50 minuti e la parte della organizzazione va dal minuto 35 al minuto 42.

A questo talk show, presentato da William Buckley, con ospiti Lewis YablonskyEd Sanders ed un ubriachissimo Jack Kerouac si discute dei movimenti politici e sociali americani. Sintetizzo e traduco non proprio letteralmente i minuti dell’analisi dell’ organizzazione interna della comune.

Il conduttore chiede di spiegare l’ideologia seguita in modo religioso dal movimento spontaneista hippie e Yablonsky risponde che — grazie anche all’uso massiccio delle droghe e in special modo il nuovo e potentissimo LSD — ogni individuo è padrone di se stesso e agisce solo secondo la propria morale. A questo punto la nuova domanda di Buckley che chiede qualcosa del tipo :”ok ma se qualcuno fa qualcosa che danneggia una persona e non deve rispondere a nessun altro che a se stesso?“. E qui c’è il link che aspettavo, che non è — e questo è molto importante per non fraintendere il concetto — un legame sicuro di causa-effetto ma una possibilità logica che, per quanto remota, ha una sua plausibilità. Yablonsky risponde che infatti una volta ha assistito ad un assalto violento di un componente della comune verso un altro ed ha cercato di fermarlo ma gli altri appartenenti al gruppo non lo hanno aiutato perchè gli dicevano più o meno: “se lui sente di dover agire così, solo lui conosce la sua verità“. In pratica, se ognuno si fa la propria legge morale, mette la propria libertà sopra a tutto e non tiene conto di quello che è reale da quello che è indotto dal misticismo allucinato delle droghe, si arriva al paradosso della violenza parificata all’amore, in un turbine di concetti aleatori in cui tutto si confonde. A questo punto Sanders dice che nella realtà queste cose succedono solo nelle comunità molto isolate e che, per il fatto di isolarsi dal mondo, cadono in paranoie e atteggiamenti del tutto incongruenti con i valori del movimento stesso. Vale tutto, quindi non vale nulla e “faccio quel che mi pare”. Questo è il risultato. Di seguito poi continua con un’affermazione che mi sembra non coerente con l’ideologia hippie, nel senso che dice che nelle comunità a contatto con la società esterna queste situazioni non si verificano. Quindi, aggiungo io, da un lato le comunità pretendono di azzerare i valori sociali però dall’altro lato per non auto-distruggersi hanno bisogno di contatti con il mondo esterno. Cortocircuito logico.

Insomma, un casino. Ma il periodo era quello che era. Siamo nel 1967. A San Franciso, precisamente in zona Haight-Ashbury, si incontravano ragazzi e ragazze di tutti i tipi.

(Il famoso incrocio tra Haight e Ashbury Street – anni 50-60-70)

C’erano ragazzi e spesso ragazzine minorenni pacifiste e molto ingenue. E c’erano delinquenti comuni, squali, come Charles Manson, esperto rapitore di auto e magnaccia, che al tempo era appena uscito di galera.


https://movimentocaproni.altervista.org/blog/il-potere-della-persuasione-e-piu-forte-di-qualsiasi-cospirazione

www mi piaci tu

Comunicazione alla Camera della Ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Nunzia Catalfo in merito al disservizio del portale www.inps.it.

 

Alle ore 9 del 1° aprile erano già pervenute oltre 300 mila domande di indennità di 600 euro. A questo punto, in accordo con i tecnici Microsoft, che nel frattempo avevano effettuato il troubleshooting con i loro laboratori sulle cause che avevano portato al rollback del giorno precedente, l’INPS ha optato per riattivare il servizio CDN, questa volta su tecnologia Akamai, anche in considerazione del fatto che il servizio stava degradando a livelli non accettabili. Gli stessi tecnici del fornitore hanno configurato la soluzione predisponendo il sistema al servizio Akamai, che è stato attivato alle ore 10,20 del 1° aprile. Al momento dell’attivazione, come illustrato sempre dalla relazione INPS, si è palesato l’anomalo funzionamento del meccanismo di caching che di fatto ha provocato la replica di alcune schede anagrafiche presenti nel portale INPS, l’unico sottoposto a cache. Le applicazioni invece, risiedendo su altri domini non sottoposti a cache, non hanno risentito del problema di cache dei propri contenuti dinamici. Non appena sono emersi i primi segnali di un potenziale data breach, e per l’esattezza alle ore 10,30, è stato inviato il rollback della soluzione.

Alzi la mano chi ha capito!

Lavoro da parecchi anni nel settore dell’informatica ma devo ammettere che ho serie difficoltà a farmi un’idea di quello che è realmente successo durante il disservizio del sito web dell’INPS. Potrebbe essere una mia mancanza, non voglio e non posso parlare a nome di tutti gli informatici italiani. Una cosa posso dirla con certezza: sicuramente i non addetti ai lavori non avranno capito nulla.

Ho dovuto fare qualche ricerca online per farmi un’ idea vaga di quello che è accaduto. Dico vaga perché la certezza ce l’ha solo chi può leggere i log dei sistemi coinvolti. Mi scuseranno i puristi tecnici ma cercherò di dare una spiegazione la meno tecnica possibile ma che dia comunque l’evidenza della superficialità di come sia stata gestita la messa online del sito e la successiva emergenza.

Cominciamo con alcuni concetti base — scontati per molti — ma fondamentali per capire il senso generale del problema. Il sito web è un insieme di directory e file che sono i contenuti del portale e questi contenuti sono disponibili grazie ad una applicazione che risiede su uno o più server. Il client è il fruitore del servizio, e cioè l’utente che con il suo portatile apre il suo browser e digita il nome del sito. Il server — come ho scritto — rende visibili i suoi contenuti verso l’esterno. Il nome DNS di un sito è una traduzione “umana” di un numero chiamato indirizzo IP. Serve per facilitare la navigazione in quanto è più facile da ricordare www.sito.it invece di 10.10.20.20. La cache è banalmente un sistema per velocizzare l’accesso ai dati. In un sistema esistono vari livelli di memoria dove possono essere recuperati i dati e non tutti hanno la stessa velocità. Tipicamente nel mondo del web la cache viene fortemente usata per minimizzare l’accesso al server e massimizzare la rapidità con cui una pagina viene caricata. Nel cloud esiste il sistema CDN che utilizza questo meccanismo anche a livello geografico.

Ad esempio pensiamo ad una pagina con l’immagine del logo di una azienda e la sua organizzazione mentre su una pagina diversa — sempre dello stesso sito — una pagina con la sezione “news” e gli ultimi prodotti della ditta. E’ evidente che l’immagine dell’azienda è fisicamente presente nel server ma che senso ha accedere al server per caricarla ogni volta? Nessuno. Quindi entra in gioco la cache dei servizi cloud che è in pratica un sistema distribuito di “pezzi” di contenuto del sito in questione. L’immagine del logo viene distribuita su una moltitudine di apparati sparsi per il mondo e per l’italia. Pensate ad un utente di Roma che carica la pagina e prende il logo e il contenuto da un apparato situato nella stessa città invece che andare “fisicamente” a prenderlo dal server fisico installato in un CED a Milano. Oppure ad un utente in viaggio che al momento si trova in Cina il quale caricherà sul proprio browser l’immagine e il contenuto da un server situato in una sala macchina cinese invece che viaggiare per continenti fino ad arrivare a Milano. Il server web riceve meno richieste e quindi risparmia risorse e la pagina si carica più velocemente. Diverso invece è il discorso per la sezione “news” della pagina di cui stiamo parlando. Immaginiamo che le news siano date in tempo reale e che quindi il meccanismo di cache sia controproducente. L’utente vuole le notizie di adesso, non di ore fa.

Finita la doverosa premessa, che ammetto risulta molto semplificata ma lo spazio è quello che è, veniamo al punto centrale.

Viene impostata la CDN il giorno prima della partenza della pagina della richiesta dei 600 euro. Se fosse stata configurata bene sarebbe stata anche la scelta giusta. Il server DNS adesso è inps-cdn-a.azureedge.net mentre www.inps.it diventa il CNAME, in poche parole un alias. Si digita il nome del sito www.inps.it e si viene rediretti verso il sistema cloud distribuito di Microsoft Azure.

Il sito www.inps.it diventa un alias di inps-cdn-a.azureedge.net, la pagina “dinamica” per ricevere i famosi 600 euro è pronta sul sito. Dinamica perché — verosimilmente ma non l’ho vista — era una pagina in cui si doveva compilare una form in cui si specificavano alcuni dati tipo: nome, cognome, residenza, occupazione e così via. Questa veniva inviata al server e successivamente copiata nella cache. Tutta la pagina. I suoi contenuti statici e dinamici.

Avete già capito cosa è successo vero?

Mario Rossi compila la form con i suoi dati. La pagina con i suoi dati viene copiata nella cache e distribuita nel globo terracqueo.

Francesco Verdi entra nella pagina dei 600 euro e si ritrova loggato con il profilo di Mario Rossi.

Come scrivevo sopra non tutte le pagine vanno messe in cache. Tecnicamente va usato l’HTTP cache header in cui si configura se una pagina deve essere “memorizzata” per un riutilizzo veloce, per quanto tempo deve rimanere memorizzata nel sistema distribuito oppure se va dinamicamente ricostruita o richiesta sempre al sito originario.

Insomma quando si digitava www.inps.it non si andava sul server “fisico” ma sempre sulla distribuzione CDN. In pratica un alias, e si era diretti verso https://inps-cdn-a.azureedge.net/nuovoportaleinps/home.htm. La pagina caricata al cliente — chiunque accedesse — era sempre quella del primo utente nella propria area geografica.

Panico.

Si capisce subito il casino e si muove il garante della privacy. Cosa decidono di fare i tecnici? Tolgono la CDN. Tutte le richieste non vengono più cachate e vanno direttamente verso un unico server — o batteria di server — e l’applicazione esplode. Inoltre i record DNS ci mettono un po’ ad allinearsi e quindi alcuni utenti continuavano a vedere le pagine cachate, altri si ritrovavano la pagina corretta.

La violazione della privacy è talmente palese che ci saranno sicuramente ripercussioni legali per quanto è successo. Non è stato un attacco hacker o almeno, se lo è stato, è stato auto-inflitto.

Ah, vi state chiedendo il bando di gara per i servizi informatici quanto è costato?

La più recente gara del settore informatico, pubblicata il 26 maggio 2016, è relativa all’acquisizione di Servizi di “Application Development and Maintenance (ADM)”. E’ suddivisa in 7 lotti, per un importo complessivo a base d’asta di circa 360 milioni di euro (IVA esclusa) e durata contrattuale di 4 anni.



Germinal nei dintorni delle strade di Minneapolis

Versione sintetica.

Mi sono sempre considerato un riformista moderato. Alla luce dei continui problemi sociali che continuano a non trovare soluzione e che portano a violenze mi sto chiedendo se, per ottenere diritti legali, bisogna sempre passare dal conflitto e dalla violenza. Se fosse così, come storicamente è accaduto molte volte, mi sento di mettere in discussione la mia posizione politica.

Versione strutturata.

Germinal è un racconto di Émile Zola. Viene raccontato uno sciopero dei minatori francesi che si trasforma in pochissimo tempo in rivolta. Si svolge a fine 800; periodo di grandi sommovimenti sociali. Nel racconto tre protagonisti rappresentano le tre tipologie di “volontà di progresso” che all’epoca — ma si può dire anche oggi — compongono il variegato mondo della politica sociale.

 

Stefano Lantier, disoccupato che, costretto dalla crisi economica a trovarsi un lavoro sottopagato e non in linea con le sue competenze, simboleggia il “collettivista” duro e puro, l’intransigente, quello del “tutto o niente”.

Souvarine, intelettuale disilluso, è invece l’anarchico della distruzione per la ricostruzione. Pensa che gli incendi e il terrorismo siano la strada da seguire, che gli scioperi e i sabotaggi non siano altro che un rimandare quello che dovrà essere comunque fatto. Con la violenza.

Rasseneur infine rappresenta “il mondo possibile”. Quello che oggi si chiamerebbe la politica riformista. Ha una sua attività, una taverna, che spesso viene utilizzata per adunate politiche.

Devo dire che personalmente mi ritrovo nell’ultima posizione anche se — devo ammettere — gli ultimi episodi sociali stanno facendo vacillare le mie convinzioni. Quello che mi rattrista è che, per i grandi problemi che l’umanità spesso si trova davanti, il riformismo non “fa presa”, sembra non funzionare, anche se — a mio avviso — sia la posizione più razionale tra le tre. Deve sempre esserci una “rottura”, un evento catastrofico, affinchè si prenda atto che l’attesa della soluzione non è più procrastinabile.

Esempi grandi e piccoli ce ne sono. Più o meno calzanti con la rivolta di Minneapolis. Ma si fa per capirci. Che il debito pubblico fosse sul lungo periodo insostenibile nel mercato concorrenziale moderno lo si sapeva. Da molto. C’è voluta la crisi dei debiti sovrani, con la quasi fine dell’euro e dell’europa, per dare finalmente delle regole sulla spesa pubblica. Lo smart working, altra soluzione ai problemi di mobilità delle grandi città. Molte aziende lo facevano già, ma solo come “esperimento” e non come questione fondamentale per risparmiare ore e ore di tempo di lavoro buttato nel cesso delle tangenziali. Tempo improduttivo e inquinante. E anche qui c’è voluto il coronavirus per parlarne in modo serio e “definitivo”. Che dire poi della “questione operaia”. Una rivoluzione bolscevica, uno stato totalitario disfunzionale e anti-economico che facesse da “sentinella” per gli eccessi dello sfruttamento del lavoro. “Dateci lo statuto dei lavoratori o diamo un colpo di telefono in unione sovietica.” Questo, neanche tanto nascosto, era il “motore” dell’emancipazione operaia e del lavoratore. Sarò pessimista ma comincio a pensare così. Il miglioramento del benessere sociale ed economico del cittadino sul lungo periodo sembra una costante opera riformista, lenta ed inesauribile, proveniente dalla “collettiva razionalità dell’umanità” ma visto e analizzato in modalità giorno-per-giorno anno-per-anno, più che tesi-antitesi-sintesi sembra un’ opera di bombe, terrorismo e corruzione pubblica lavata con ghigliottine forcaiole.

La questione della violenza della polizia negli stati uniti nei confronti della minoranza nera è un fatto. Conclamato, appurato. Non sono “mele marce”, sono una larga maggioranza delle forze di polizia. E’ il “sentire comune” della divisa in america. Inutile girarci intorno. E’ una questione annosa, pluriannosa e non se ne viene a capo. Essendo un problema profondo e reale non si poteva — e non si può — affrontare in modalità simbolica. L’elezione di un afroamenticano alla casa bianca è una favola che l’america — ancora profondamente razzista — si è voluta raccontare.

Dopo la disgustosa scena in diretta streaming dell’omicidio del ragazzo afroamericano da parte del poliziotto a tutta prima sono uscite notizie da parte delle agenzie di stampa che accompagnavano la descrizione dell’evento principale con contorni di “persona fermata che appariva sotto effetto di alcol e droga”, “persona con pregressi problemi respiratori”, “problema medico”. Problema medico, rendiamoci conto.

Ancora, il reato viene classificato come “omicidio di terzo grado” che significa “situazione in cui, senza intenzione di uccidere, si provoca la morte di un’altra persona compiendo un’azione crudele e molto pericolosa per gli altri, mostrando di non avere riguardo per la vita umana”.

Ci prendiamo per il culo?

Voglio dire, se metto le mani intorno al collo ad una persona fino a che non respira più, lo sto strangolando o sto “compiendo una pericolosa azione senza intenzione di uccidere”?

Si è scritto — e per me è ancora peggio — che si è scelto di perseguire questo reato perché l’omicidio volontario sarebbe stato più difficile da dimostrare. Chiunque guardi quel video — intendo chiunque abbia una intelligenza nella media — comprende bene qual era la volontà del poliziotto e il diprezzo per la vita del fermato che trasudava dal suo incommentabile comportamento. Mi si può controbattere: “eh allora sei forcaiolo!”. No, proprio per il fatto che sono garantista, non voglio che qualcuno vada al gabbio purchessia ma per il reato che ha effettivamente commesso. Senza scappatoie. Se non si dovesse provare oltre ogni ragionevole dubbio il reato, il poliziotto non deve farsi neanche un giorno di galera. Questo è garantismo. Giudicare la persona per cosa ha fatto e non lavorare di fantasia per “trovare” un reato da “combinare” alla situazione.

Per quanto riguarda i saccheggi, c ‘è poco da fare. Se la vita umana non viene rispettata, se chi si sente derubato legalmente del principio più importante che è la propria vita, allora non vale più nulla, nessun tipo di norme legali avrà valore. Dal divieto di sosta alla difesa della proprietà privata. Le rivolte, come suggerisce la parola stessa, “capovolgono” l’ordine costituito legalmente.  Lenin scriveva che il primo atto di una rivoluzione è quello di svuotare le carceri. Niente condanna per una legge che non esiste più.

E torno a Germinal. Stefano Lantier proclama uno sciopero perchè la situazione non è più sostenibile da tempo. I minatori non hanno più soldi per comprarsi i generi di prima necessità. Lo sciopero diventa generale e — nonostante si cerchi di tenerlo pacifico — partono le prime distruzioni delle proprietà delle società minerarie. Vengono poi prese a sassate le case dei “borghesi”. Infine l’omicidio di un mercante che faceva prostituire le donne per un tozzo di pane. Al mercante una donna, la Bruciata, strappa i coglioni e li appende ad una forca e prosegue la manifestazione marciando con quell’affarino in bella mostra. La rabbia diventa rivolta violenta.

 

Questa rivolta violenta spazza via quello che per me è sempre stata la via maestra per il “mondo possibile”. Trovare sempre un compromesso razionale per la risoluzione dei problemi. A me sembra che ultimamente si cerchi di “far finta di niente”, di negare i problemi fino a quando poi non esplodono. Questa mancanza di coraggio, questo non volontà di riformare, da parte della classe dirigente tutta a me sembra pericolosa. La mia speranza è sempre che ci sia una via moderata per i problemi, anche i più complessi. Negli stati uniti la polizia, nella sua stragrande maggioranza, ha un comportamento razzista nei confronti delle minoranze etniche. Non è cambiato poi molto dall’Alabama del 1955. A questo punto la polizia statunitense non deve essere “riformata” ma “rivoluzionata”, non si scappa. Non entro nel merito di cercare una educazione civica migliore per combattere l’ignoranza perché il termine educazione fa molto stato etico e a me non piace molto a dirla tutta.

https://movimentocaproni.altervista.org/blog/germinal-nei-dintorni-delle-strade-di-minneapolis

mercoledì 1 luglio 2020

Eventi storici in generale

Faccio un po’ di ripasso degli eventi storici che ho incontrato durante la mia vita. Non tutti sono eventi storici in senso stretto, alcuni sono situazioni più di custume, altri politici, altri ancora difficilmente catalogabili. Gli accadimenti sociali, generalmente parlando, hanno due impatti: uno sociale appunto (dovuto alla distanza dell’evento ad esempio) e uno del tutto individuale (età, interesse politico).
Questa idea mi è venuta quando un’amica mi ha riportato una frase di suo nonno che suonava all’incirca così: “neanche in guerra ero bloccato in casa”. La guerra è stata sicuramente più tragica ma questo periodo potrebbe rivelarsi (speriamo non tragico) ma storico (dal punto di vista strettamente legale e costituzionale penso lo sia già).

Ne metto alcuni in ordine cronologico e, per ognuno, cerco di mettere i due “impatti” che hanno provocato o che penso abbiano provocato. Inoltre cerco di capire se questi avvenimenti “rimarranno nei libri di storia” e quanto abbiano cambiato la percezione comune e individuale dello stare nel mondo definito moderno.

– 1986 Esplosione centrale nucleare Cernobyl

Vaghi ricordi per la mia giovane età. Però ricordo bene le tute strane dei soccorritori. Questo evento ha sicuramente cambiato la storia in Italia per via del referendum seguente. Ebbe importanza anche perché ancora nel pieno della guerra fredda.

– 1989 Proteste di piazza Tienanmen

Lo ricordo per via della copertura mediatica e per la famosa foto del manifestante di fronte al carroarmato. La forza dei simboli. Rimarrà forse più quell’immagine che la protesta in sè. Non credo sia da “libro di storia” per noi europei, seppur importante a livello politico locale cinese e di conseguenza mondiale.

(la famosa immagine della rivolta di Tienanmen)

– 1989 Caduta del muro di Berlino

Ancora molto giovane ma lo ricordo bene. Rimarrà nei libri di storia per quello che ha simboleggiato.

– 1992 Caduta della prima repubblica

Tangentopoli fu in qualche misura l’introduzione al populismo mediatico. Me lo ricordo benissimo anche per il motivo che da pochi anni seguivo la politica, seppur superficialmente. Questa rimarrà come fatto storico solo per noi italiani ovviamente ma credo che col passare del tempo si ridimensionerà. E’ probabile che sarà ricordato come fatto storico dagli “addetti ai lavori” in quanto dopo tangentopoli cambiò il modo di vedere la politica (e le votazioni in generale); ci si portò verso un bipolarismo imperfetto.

– 1999 Popolarità sempre più in aumento dei telefoni cellulari

Metto la data del mio primo cellulare, l’ericsson t28, anche se i cellulari cominciarono ad avere sempre maggior popolarità dalla metà degli anni 90 (seppur costisissimi i primi modelli li vedevi già per la strada). Secondo me hanno modificato la vita sociale in maniera impressionante, molto più di internet.

(il mio primo cellulare)

– 2001 Attacchi terroristici dell’11 settembre

Lavoravo già e mi ricordo la mattina che sucesse. Anche qui l’aspetto mediatico ebbe un’importanza abissale. Ricordo che cercavo notizie su internet ma la rete era sovraccarica e non si riusciva ad aprire nessun sito. Internet non era solo più un tool da nerd installato sui computer ma stava già cominciando a diventare fonte di informazione (che affiancava o sostituiva) i media tradizionali, giornali e tv.

– 2002 Introduzione definitiva dell’euro

Non diedi tanta importanza al fatto quando avvenne. Mi sembrava solo un “gioco”. Guardavo i soldi nuovi, abituato alle lire, come si guarda non una banconota o moneta di scambio ma come un giocattolo. Non so per quanto tempo ho fatto la conversione lire-euro per capire bene il costo di un prodotto. Anche per questo fatto molti alzarono i prezzi e arrotondarono per eccesso. Questo fatto insieme all’europa unita è sicuramente un fatto storico che rimarrà nei libri di storia. Un evento però lunghissimo e che ancora non è finito e per questo molto peculiare.

– 2008 Crack Lehman Brothers

Il crack della Lehman Brothers fu l’evento economico che mise in seria difficoltà quello che veniva chiamato il capitalismo moderno. La fine della storia così come pensava Francis Fukuyama non si rivelò esatta nel modo più pieno del termine. Come conseguenza in europa la crisi mise in evidenza che lo stato sociale avrebbe avuto dei limiti e che la spesa non poteva crescere all’infinito. Il ricordo di questo evento ce l’ho molto nitido perché lavoravo e la preoccupazione per la mia situazione economica-occupazionale era forte. Anche in questo caso non credo che verrà ricordato se non dagli addetti ai lavori, gli economisti.

– 2020 Coronavirus

Vediamo come finisce.

Alcuni link per chi volesse ripassare un po’ di eventi

Anni 80
Anni 90
Anni 2000


https://movimentocaproni.altervista.org/blog/eventi-storici-in-generale

Alla console Mario Draghi

La crisi economica seguita alla crisi sanitaria dovuta alla pandemia del coronavirus ha sconvolto le vite dei cittadini di tutto il mondo. Una volta finito lo straziante capitolo delle sofferenze e delle morti bisognerà cominciare a pensare alla situazione della economia mondiale.

Di sicuro il fermo produttivo di una moltitudine immensa di aziende e la disoccupazione enorme che ne consegue consegnerà, chi più chi meno, una situazione al limite della catastrofe. Pur riconoscendo che la crisi non risparmierà nessuno, sfortunatamente bisogna ammettere che l’Italia è in una condizione molto difficile. Più di molte altre nazioni.

Il futuro economico è talmente incerto che ha spinto Mario Draghi a scrivere un editoriale al Financial Times.
Di seguito alcuni brani con un mio commento.

“Le azioni che i governi stanno intraprendendo per scongiurare la crisi dei loro sistemi sanitari sono coraggiose e necessarie, e devono essere sostenute.
Tuttavia, queste azioni comportano anche enormi e inevitabili costi economici.”

In pratica l’apertura consiste nel cercare di far comprendere ai decisori economici e politici che questa crisi non è una crisi ciclica classica derivata da fattori finanziari o produttivi ma uno shock economico assolutamente unico nel suo genere. Come tale le contromisure standard non sono né saranno sufficienti.

“Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate con l’aumento del debito pubblico. Durante la Prima guerra mondiale, solo una quota compresa tra il 6 e il 15% della spesa bellica di Italia e Germania è stata finanziata con le tasse”

L’unico scenario di riferimento che Draghi paragona a quello attuale è quello della I guerra mondiale. Le aziende venivano “chiuse” dalle bombe, adesso dal coronavirus. Durante la guerra le aziende sane che non venivano distrutte erano forzatamente riconvertite — quando possibile — per produrre articoli bellici mentre adesso praticamente tutto il settore di non prima necessità è forzatamente chiuso. Una differenza non di poco conto nella similitudine ma ininfluente sul ragionamento generale attuale.

“Per questo le banche devono cominciare rapidamente a prestare fondi a costo zero alle aziende disposte a salvare posti di lavoro
[…]
Alcune aziende potrebbero essere in grado di assorbire la crisi per un breve lasso di tempo, indebitandosi
[…]
Inoltre, se l’epidemia di virus e i relativi blocchi dovessero perdurare più a lungo, realisticamente queste aziende potrebbero rimanere in attività solo nella misura in cui il debito accumulato per mantenere i dipendenti al lavoro finora venisse cancellato.”
[…]
Se si vogliono proteggere i posti di lavoro e la capacità produttiva, in entrambi i casi i governi dovranno assorbire gran parte della perdita di reddito causata dalla chiusura del paese.
[…]
I debiti pubblici cresceranno, ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la credibilità dei governi.”

Qua sta l’aspetto fondamentale dell’editoriale dell’economista italiano. Draghi non entra nel merito tecnico della soluzione; offre una prospettiva di lavoro generale. Vanno però prima fatte alcune premesse, noiose ma fondamentali.

Il QE della BCE consiste nel poter acquistare quantità grandi di titoli di stato e obbligazioni private sul mercato secondario per far diminuire i tassi di interesse. Le banche private che detengono ad esempio titoli di stato con basso rendimento preferiranno impiegare i soldi in modo più produttivo vendendo alla BCE i propri titoli e ricevendo soldi da immettere in forma di prestito a privati e aziende.
In USA hanno recentemente modificato il QE introducendo la possibilità di comprare titoli pubblici e obbligazioni private — quelli che vengono definiti corporate bond — di banche e aziende private sul mercato primario; ovvero all’emissione dell’obbigazione.
La differenza tra mercato primario e secondario è proprio questa: che nel mercato secondario gli acquisti vengono fatti su titoli e azioni già presenti nel mercato. Se la FED può comprare anche obbligazioni di nuova emissione, questo facilita enormemente la raccolta di risorse da parte di aziende in difficoltà perché momentaneamente sollevate dal dover trovare compratori a prezzi di mercato che potrebbero essere insostenibili.

Draghi va più in là. Non lo specifica chiaramente ma le solite politiche non vanno bene per questa crisi. Parla espressamente di cancellazione del debito privato nel senso di un suo spostamento verso il debito pubblico. Il problema è appunto la durata del fermo. Molte aziende potrebbero riuscire ad andare avanti ma molte potrebbero indebitarsi talmente tanto da non poter portare più avanti la produzione. Gli strumenti per evitare questo scenario catastrofico possone essere vari — anche se mai provati — come ad esempio forzare la BCE a comprare anche le obbligazioni di aziende pubbliche senza richiedere la periodica cedola oppure senza riscattarle a scadenza, immettendo altra moneta. In pratica regalare i prestiti.

Un’altra possibilità è utilizzare il debito pubblico nazionale per ripianare debiti privati e mantenere attivi i vari sussudi pubblici. Questo aumento enorme di debito pubblico poi verrebbe acquistato dalla BCE in maniera praticamente illimitata. E’ come se lo stato dicesse alle varie bance private: “prendete l’obbligazione di quella ditta, prestate soldi senza interessi a quell’altra, tanto se poi non vi ripagano lo faccio io, stato, tramite la BCE”. In pratica una monetizzazione finanziaria, fittizia, non so bene come chiamarla.

“La velocità a cui si stanno deteriorando i bilanci privati – a causa di una pure inevitabile e auspicabile chiusura di molti paesi – deve essere affrontata con altrettanta rapidità nel dispiegare le finanze pubbliche, nel mobilitare le banche e nel sostenerci l’un l’altro, come europei, per affrontare questa che è, evidentemente, una causa comune.”

La parte finale Draghi la dedica probabilemte a chi pensa di poterne venire fuori da solo — sia come macroregione che come nazione — essendo oramai l’economia e la finanza intrecciata in modo totale. Ad esempio una ditta americana che fa computer ed ha la produzione del processore negli stati asiatici, con il blocco forzato della fabbrica asiatica, si trova con la catena produttiva ferma anche nel caso sia esclusa o abbia passato la crisi del coronavirus. Anche all’interno dell’europa la situazione non è facile. Sempre come esempio si potrebbe pensare ad una ditta Norvegese che fabbrica sedie e ha all’interno del suo portafoglio clienti un’azienda molto grossa Spagnola. Se la ditta spagnola si ferma diventa un problema. Certo, continuerà a produrre ma probabilmente dovrà diminuire, almeno momentaneamente, la produzione con licenziamenti oppure con indebitamenti insostenibili nel lungo periodo.

Insomma, passato lo shock è ora di pensare alle soluzioni. Che non sono quelle che venivano utilizzate in passato.


https://movimentocaproni.altervista.org/blog/alla-console-mario-draghi

domenica 10 luglio 2016

Il referendum in UK

Eccoci qui a parlare di brexit.

Possiamo dire che ci sono due livelli di discussione: sociale ed economico. Certamente intrecciati – non potrebbe essere altrimenti – sono però due livelli che bisogna analizzare (sfortunatamente non a livello approfondito) separatamente.

Il mercato comune e la moneta Euro sono stati adottati per semplificare gli scambi commerciali all’interno del mercato europeo. Banale. E’ stata una questione puramente razionale-economica: meno tasse sui beni/servizi, maggiori vantaggi per i consumatori. Questo a prescindere dal fatto che una nazione – all’interno del mercato comune europeo – possa avere come moneta l’Euro o meno. Detto questo, e detto che la materia macroeconomica non è una scienza esatta, si può comunque cercare di capire tendenze ed evoluzioni che una scelta di politica economica può (potrebbe) causare.

Secondo FMI e OCSE una Brexit porterebbe a questi scenari. Schematizzo.

– Aumento del costo di finanziamento dovuto all’incertezza del futuro. Non si sa quali saranno i termini di rinegoziazione degli scambi commerciali.
– Difficoltà di finanziare politiche di deficit per il deflusso di capitale fuori dalla UK. Meno capitali da tassare meno soldi per le politiche sociali e di rilancio economico.
– Passaggio da una regolamentazione favorevole per il mercato unico europeo verso la regolamentazione standard del WTO. Più o meno metà del commercio UK è da e verso la UE. In altre parole: aumento della tassazione sui prodotti e servizi che si rifletteranno su un aumento del prezzo finale al consumatore.
– Disincentivazione del lavoratore europeo verso il mercato UK. Questo, certo, è voluto da una parte — la parte brexit — dei lavoratori ma che produce – a lungo andare – una minore competitività della produzione e degli investimenti. Chi lavora di più o ha più skill va dove viene pagato di più. E un mercato chiuso – soprattutto nel breve periodo – ha solo la svalutazione competitiva da “giocare”. Ma i costi della svalutazione si abbattono solo sul capitale variabile a reddito fisso: i lavoratori dipendenti.
– Apprezzamento dell’euro e di altre monete nei confronti della sterlina. Questo che potrebbe essere positivo per i prodotti esportati renderebbe di contro i competitor della UE più restii a concedere vantaggi sugli accordi commerciali in essere.
– La difficoltà di recuperare finanziamenti per la fuga di capitali e l’aumento di rischio produrrebbe nel lungo termine una diminuzione della ricerca e sviluppo e degli skill dei manager e lavoratori ad alto tasso professionale.

Questi sono ovviamente previsioni basate su modelli macroeconomici che si potranno avverare o meno, con più o meno intensità, ma alcuni fattori isolati sono sicuri. E parlo dell’aumento delle tariffe per gli scambi commerciali, tanto che si parla espressamente di brexit come di una “tassa”. Lo stesso per i disincentivi per i lavoratori più qualificati: quelli che sono costretti a migrare per motivi contrari alla propria volontà accettano quasi di tutto ma chi decide di spostarsi lo fa dove ritiene di avere meno problemi a livello sociale ed economico e più sicurezza e stabilità. L’unica cosa sicura in UK adesso è l’insicurezza. Nel prossimo futuro, che è quello che interessa al lavoratore qualificato, ancora di più.

Lo riporto ma è un numero che si basa su previsioni che tengono insieme molti fattori e che quindi è largamente discutibile. Per l’OCSE l’impatto sul PIL in UK sarà inferiore rispetto alla contrazione del PIL in EU e avrà questi valori indicativi.

GDP %
Near term: 2020                                              -3.3%
Longer term: 2030          central -5.1% / Optimistic -2.7% / Pessimistic -7-7%

Nel 1973 l’UK ha aderito al mercato comune diventando membro dell’UE. Sotto metto un grafico che mostra la ricchezza pro capite confrontata ad altre nazioni e federazioni di stati come gli USA di lingua inglese. Come si vede l’aspetto competitivo dell’inglese come lingua “universale” può essere un vantaggio culturale ma deve essere accompagnato da misure economiche per dispiegarsi al meglio.



Due parole sui negoziati e sulle tempistiche.

Per quanto riguarda i negoziati sulle regole, anche se l’uscita ufficiale prevede un lasso di tempo di due anni, gli scambi commerciali vivono di “vita propria”. I negoziati UE UK possono dar vita ad un accordo nuovo oppure seguire tariffe e regole sulla base di un accordo già esistente preso a modello. Come accordo standard — qualora non se ne trovi uno — viene recepito quello che viene definito “Most Favoured Nation”, che sarebbe quello del WTO.

Esempi di accordi commerciali sono:

European Economic Area (EEA) : UE – Islanda, Norvegia e Liechtenstein
European Free Trade Association (EFTA) : UE – Svizzera
Customs union : UE – Turchia
World Trade Organization : UE – Altre nazioni

Sulla tempistica non sono presenti — come ovvio che sia — precedenti a cui ispirarsi ma si possono valutare i negoziati precedenti per valutare che effettivamente tali accordi non si risolvono in fretta e che probabilmente risentono anche di valutazioni politiche che nulla hanno a che fare con l’economia (pensiamo alle scadenze elettorali dei vari stati Europei in concomitanza dei negoziati commerciali dopo il brexit).



Una cosa va detta sulla propaganda del fronte opposto — soprattutto sull’aspetto dell’immigrazione — e cioè che, non solo si devono spiegare le ragioni opposte ai vari populismi europei ma lo si deve fare bene e correttamente. Come piccolo esempio mi viene in mente quando — dopo aver ricevuto il classico attacco dei populisti sugli “stranieri che rubano il lavoro” — il rappresentante moderato risponde che i migranti fanno lavori che non vogliono fare più i “nativi”.

Questo, che può anche essere vero, non risponde appieno alla complessità delle cose e risponde ad una “semplicistica mezza verità” con un’altra. Non esisterebbe la struttura sociale così come la conosciamo senza la UE, l’euro e gli scambi commerciali. I 10 stranieri che lavorano in una ditta di 20 lavoratori dipendenti non ne stanno rubando 10 ma ne stanno facendo guadagnare 20 in generale. Le ditte che aprono e che assumono non lo farebbero o lo farebbero in modo diverso se tutto l’insieme di regole fosse diverso, se i potenziali consumatori fossero di meno, o ancora se i loro prodotti e servizi avessero un prezzo finale aumentato da ulteriori costi di commercializzazione.
Insomma, bisognerebbe cercare non solo di spiegare meglio le ragioni del progressismo europeo ma di studiarlo di più.