mercoledì 6 gennaio 2016

Documenti storici Brigate Rosse - Risoluzione della Direzione Strategica N. 2 -

Risoluzione della Direzione Strategica N. 2

"Ciò che per Lenin era il partito bolscevico è, oggi, nelle condizioni create dalle organizzazioni multinazionali del capitale, della struttura internazionale della repressione imperialista all’interno e all’estero, l'organizzazione del CONTROPOTERE PROLETARIO CHE NASCE DALLA GUERRIGLIA.
In questo processo nazionale e internazionale esso si evolve e consolida sino a diventare PARTITO RIVOLUZIONARIO."

R A F


[...]

L’IMPOSTAZIONE OFFENSIVA

Il problema della guerra, dell’attualità della lotta armata intesa come risvolto proletario alla crisi dell’imperialismo e del regime, non è un problema di difesa degli spazi politici minacciati, di difesa della “democrazia”.

[...]

Proprio quest'impostazione richiede il rispetto di tre principi che sono anche dei vantaggi pratici: l’ALTA MOBILITA’, l'AGILITÀ’ DELLE STRUTTURE, la CLANDESTINTA’ COME MODULO ORGANIZZATIVO.


L’ALTA MOBILITA’ va intesa come capacità di mutare continuamente i punti e i fronti d'attacco, in modo da rompere in continuazione l’accerchiamento, non fornire bersagli fissi e obbligare il nemico di classe ad una perenne rincorsa. E vuol dire anche portare attacchi rapidi e continuati, pungere con lo spillo dell’azione guerrigliera il sistema nervoso della borghesia.

L’AGILITA’ delle strutture vuol dire invece che in questa fase della guerra, non bisogna subire il condizionamento delle strutture organizzative pesanti o, per lo meno, che questo condizionamento deve, essere ridotto all’essenziale. E' una legge della guerra di classe nelle metropoli.
Non dobbiamo avere il feticcio delle strutture. Esse sono strumenti che in condizioni d'insicurezza vanno abbandonati, non difesi.

Nella società metropolitana tutto si compra. L’unico problema è il denaro e le conoscenze tecniche per trasformare il denaro in strumentazione rivoluzionaria. Dunque è importante avere una grande capacità di esproprio e un elevato livello di conoscenze tecnico—militari in ogni guerrigliero.

Questo è l’essenziale. Non, possiamo disporre di ”santuari” in cui istallare strutture pesanti, e fino a che non ne avremo non dovremo nemmeno costruirle.

LA CLANDESTINITA’

La questione della clandestinità si è posta nei suoi termini reali solo dopo il 2 maggio 1972. Fino ad allora, impigliati come eravamo, in una situazione di semilegalità, essa era intesa più nei suoi aspetti tattici o difensivi che nella sua portata strategica.

[...]


Nella nostra esperienza si sono date sin dall’inizio due condizioni di militanza clandestina.
La prima condizione è proprio quella di quei compagni che PER SCELTA VOLONTARIA hanno rotto ogni legame con la legalità, con la famiglia, con il lavoro salariato e hanno messo tutte loro energie al servizio della guerra rivoluzionaria. Si tratta dei nuovi rivoluzionari di professione. Questa scelta di clandestinità assoluta, per quanto riguarda la nostra Organizzazione, non coincide con la latitanza imposta dal potere a quei militanti rivoluzionari identificati come responsabili d'iniziative di combattimento e che quindi, se vogliono sfuggire alla galera devono far perdere le loro tracce. La latitanza esprime un rapporto difensivo rispetto al potere. La scelta della clandestinità è al contrario una scelta offensiva.

Inoltre l’Organizzazione indica chi, tra i suoi militanti, deve entrare a far parte del suo apparato assolutamente clandestino. E i criteri che stanno alla base delle sue scelte sono esclusivamente criteri politico-militari, e cioè di maturità ed esperienza del militante candidato.
Ciò non toglie che tutti i militanti dell‘Organizzazione devono avere una disponibilità soggettiva a fare le scelte che l'Organizzazione richiederà loro. Non vi è necessariamente un rapporto gerarchico tra le varie condizioni di clandestinità, ma nel loro insieme le FORZE REGOLARI sono composte da compagni al più alto livello di esperienza che l'Organizzazione disponga.

La seconda condizione di clandestinità è apparentemente meno drastica, ma è solo un'apparenza.
In questo caso il militante conserva la sua identità anagrafica ed il suo ruolo produttivo nella società, rimane nel "movimento" anche fisicamente e dunque appare e si muove all'interno delle forme politiche che il movimento di classe assume alla luce del sole.
Questo secondo tipo di militanza clandestina, da un punto di vista politico è alla base della costruzione dell'articolazione del potere proletario; da un punto di vista militare è a fondamento dello sviluppo delle milizie operaie e popolari.

LA COMPARTIMENTAZIONE

La compartimentazione è una legge generale della guerra rivoluzionaria nelle metropoli. Ed è uno dei principi fondamentali di sicurezza della nostra Organizzazione. La nostra esperienza ha dimostrato abbondantemente che chi trascura questa legge e non l'applica con assoluto rigore è destinato inevitabilmente alla sconfitta ed alla distruzione.

[...]


Quando, per un motivo qualsiasi, la compartimentazione tra strutture "salta", dobbiamo rinnovarle immediatamente.


Marighella: "Dobbiamo evitare che ognuno conosca gli altri e che tutti conoscano tutto, ognuno deve sapere solo ciò che riguarda il suo lavoro”.


Che: “Nessuno, assolutamente nessuno, deve sapere in condizioni di clandestinità, altro che lo strettamente indispensabile, e non si deve mai parlare davanti a nessuno”.

[...]

IL RECLUTAMENTO

Sono le FORZE IRREGOLARI che provvedono al reclutamento di nuovi compagni combattenti. Esse devono dunque svolgere una doppia funzione, d'educazione politico-militare e di filtro, estremamente difficile e pericoloso. Il loro lavoro poi è reso ancora più complesso dal fatto che, a misura in cui la guerriglia cresce il suo prestigio in mezzo al popolo, molti compagni sono disposti a contribuire in mille forme al suo sviluppo anche senza entrare necessariamente negli organismi di combattimento e fare dunque la scelta della clandestinità.

E’ perfettamente logico che esistano diversi livelli d'impegno e diverse possibilità di collaborazione. Ciò non significa fornire gli alibi agli opportunisti, ma sfruttare al massimo tutte le diverse forme d'appoggio disponibili.


Ciò detto, è bene fissare alcuni principi fondamentali:

- Nell’Organizzazione si entra solo dal “basso", qualunque sia la storia del militante candidato. Ciò si rende necessario non solo per questioni di sicurezza e di verifica, ma anche in positivo. Lo "stile di lavoro" della nostra Organizzazione, infatti, ha proprie particolarità e non può essere appreso al di fuori di una pratica di militanza che parte dai lavori apparentemente meno importanti.

- Il giudizio che ogni brigata, in modo collegiale, deve dare prima di proporre un nuovo compagno all’organizzazione deve essere politico, militare e di sicurezza.


POLITICO: vuoi dire che si entra nell’organizzazione a misura in cui se ne conoscono e condividono la linea strategica, il programma politico ed i principi d'organizzazione.

MILITARE: vuol dire che si entra nell’Organizzazione DOPO aver dato prova della propria totale disponibilità alla lotta armata.

SICUREZZA: vuol dire che i nuovi militanti devono essere verificati sull'applicazione delle norme di sicurezza e di comportamento; vuol dire che non devono sussistere zone d’ombra sul loro passato sin dall’origine della loro militanza politica.

FORZE REGOLARI E FORZE IRREGOLARI

Alle due condizioni di clandestinità corrispondono due tipi di forze: le FORZE REGOLARI e le FORZE IRREGOLARI. Entrambe sono essenziali per la nostra esistenza, ma giocano un ruolo diverso.

Le FR sono composte dai quadri più maturi e di maggior esperienza che la lotta armata ha prodotto. Esse sono completamente clandestine e i militanti che le compongono hanno tagliato ogni genere di legame con la legalità.

La nostra esperienza dimostra che senza forze regolari è impossibile creare e edificare basi rivoluzionarie stabili, come le colonne ed i fronti. Le FR hanno dunque un carattere strategico e i loro compiti fondamentali sono definiti dalle esigenze di sopravvivenza e di sviluppo dell'organizzazione delle colonne e dei fronti.


Tra le FR si esercita un controllo reciproco e sistematicamente viene esercitata la pratica della critica e dell’autocritica in organismi collegiali. Collegiali sono anche tutti i centri di direzione. Come dicono i Tupamaros: "Non ci sono vacche sacre. I rischi e le privazioni sono uguali per tutti. I dirigenti devono prendere parte alle azioni. Non vogliamo teorici puri".

I lavori manuali sono distribuiti tra tutti i compagni e si deve fare ogni sforzo al fine di omogeneizzare il livello ideologico. Lo stile di vita d'ogni compagno regolare è improntato alla massima semplicità e austerità.


Le FORZE REGOLARI sono organizzate in brigate.
Anche le FORZE IRREGOLARI hanno un carattere strategico, ma i militanti di queste forze vivono nella legalità. La loro è una clandestinità di organizzazione ma non personale. E’ questa loro collocazione che impone dei limiti alla loro iniziativa e sono questi limiti "oggettivi" che definiscono la differenza con le FR.

Gli operai-partigiani delle FI svolgono però una funzione tanto più decisiva quanto più lo scontro civile è sviluppato. Essi hanno due compiti fondamentali: conquistare all’Organizzazione il più ampio sostegno popolare; costruire gli organismi combattenti di movimento e cioè le articolazioni del potere operaio nella fase attuale.

Dal punto di vista politico non vi è differenza tra i combattenti delle FR e i combattenti delle FI. Entrambi concorrono con parità di diritti e di doveri a far vivere la linea politica generale dell’Organizzazione. Per questo, anche i combattenti delle FI possono essere chiamati a far parte della Direzione Strategica.

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I FRONTI DI COMBATTIMENTO.

[..]

Essi tagliano e percorrono l’Organizzazione verticalmente. Pertanto sono i canali più idonei ad assolvere il compito della centralizzazione del dibattito politico.


I fronti di combattimento in questa fase sono quattro: LOGISTICO; GRANDI FABBRICHE; CONTRORIVOLUZIONE; CARCERI e ANTIGUERRIGLIA.

[...]

LE COLONNE

La nostra scelta di sviluppo dell’Organizzazione per poli, implica da un punto di vista organizzativo un analogo processo di crescita per Colonne.

Esse realizzano uno “sdoppiamento progressivo" dell’Organizzazione. La colonna è dunque un'unità organizzativa globale che riflette, sintetizza e media al suo interno tanto la complessità del polo e delle sue tensioni, che la complessità dell’Organizzazione, la sua impostazione strategica, la sua linea politica.

Dicendo che le colonne sono unità politico militari globali, intendiamo dire che esse devono essere in grado di operare su tutti i fronti all’interno del loro territorio.


Da un punto di vista politico esse si centralizzano attraverso la Direzione Strategica ed i Fronti.

Da un punto di vista militare esse sono autosufficienti e perciò si danno come obiettivi massimi di scontro quello che sono in grado di realizzare autonomamente.

Da un punto di vista organizzativo esse sono indipendenti e compartimentate tra loro. E cioè contano su un proprio apparato logistico in grado di risolvere TUTTI i problemi. Per nessun motivo una colonna deve appoggiarsi su un’altra per la realizzazione dei servizi.

Piuttosto che rompere la compartimentazione o infrangere questo principio è meglio assumere tempi di crescita più lunghi.
Tutte le colonne devono muoversi secondo il principio “contare sulle proprie forze".
La creazione di nuove colonne nello stesso polo o in altri poli, deve sempre avvenire per partenogenesi, ovvero per sdoppiamento progressivo dell'Organizzazione. E cioè i quadri che hanno realizzato un’esperienza complessiva di combattimento e d'organizzazione in una colonna, si dividono e danno origine, unendosi a nuove forze irregolari, ad altre Colonne.
E’ tradizione del movimento rivoluzionario intitolare le sue organizzazioni combattenti agli eroi che con il loro sangue hanno indicato alle masse proletarie quale prezzo ognuno deve essere disposto a pagare per la libertà di tutti, per una società come noi la vogliamo: comunista.

.Questa deve essere anche la nostra tradizione. Così intitoleremo la colonna di Torino alla compagna Margherita Cagol. Da oggi dunque la colonna torinese si chiamerà: “Colonna Margherita Cagol 'Mara'(Torino)".

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LA DIREZIONE STRATEGICA

E’ la massima autorità della nostra Organizzazione.

Essa raccoglie e rappresenta tutte le tensioni e le energie rivoluzionarie maturate nei fronti, nelle colonne e nelle forze irregolari.

Sono gli organi di direzione collegiali delle colonne e dei fronti che eleggono i membri della DS, ma il Comitato Esecutivo può porre il veto su eventuali nomine quando esistano motivi di sicurezza che lo impongano. Le motivazioni d'eventuali esclusioni dovranno, comunque essere rese pubbliche durante l’assemblea. E l’assemblea ha il potere di decidere.

I membri della DS rimangono in carica da una sessione all’altra e possono essere riconfermati o non riconfermati.


Sta al consiglio della DS formulare gli orientamenti generali e di linea politica dell’organizzazione. Gli sono riconosciuti da tutti i membri dell’Organizzazione i seguenti diritti:

- il diritto di emanare leggi e regolamenti rivoluzionari;
- il diritto di applicare correzioni disciplinari nei confronti di quei membri dell’organizzazione che abbiano tenuto un comportamento scorretto o controrivoluzionario;
- il diritto di formulazione, approvazione e revisione del bilancio;
- il diritto ed il potere di modificare le strutture dell’Organizzazione;
il diritto di nominare i membri del Comitato Esecutivo e di chiedere ragione del loro operato.
Il Consiglio potrà essere riunito normalmente due volte l’anno e straordinariamente quando ciò sia richiesto almeno da una Colonna, da un Fronte o dal Comitato Esecutivo.

IL COMITATO ESECUTIVO

Al Comitato Esecutivo spetta il compito di dirigere e coordinare l’attività delle colonne e dei fronti tra un Consiglio e l’altro. 

Esso risponde del suo operato direttamente ed esclusivamente al Consiglio e da questo viene nominato e può essere revocato.

Nel CE devono essere rappresentati i Fronti e le Colonne in modo da consentire un’efficace centralizzazione dell’informazione e una rapida esecuzione delle direttive. Tutte le azioni militari di carattere generale devono essere approvate dal CE.

Tutte le azioni d'esproprio devono essere approvate dal CE.

Per decisioni particolarmente importanti che impegnano l'Organizzazione il CE dovrà consultarsi con i vari membri della DS.


Il CE potrà applicare quelle sanzioni che riterrà più idonee a garantire la disciplina rivoluzionaria.
Al CE spetta la responsabilità dell’amministrazione e del patrimonio dell‘Organizzazione.
Spetta anche al CE la responsabilità politica della stampa d’Organizzazione e dell’emissione di comunicati politici generali.
I membri del CE non devono avere rapporti politici con l’esterno dell‘Organizzazione.

Non devono svolgere azione di reclutamento.

Devono restringere all’indispensabile e tendenzialmente eliminare anche i rapporti con le FI.

Essi partecipano, come tutti gli altri membri dell’Organizzazione, alle azioni militari, d'esproprio e ai lavori manuali.

Fonte www.bibliotecamarxista.org

sabato 12 dicembre 2015

Le origini del terrorismo in Italia - seconda parte -

Le origini del terrorismo in Italia - seconda parte -

"Piazza Fontana, Pinelli, poliziotti che sparano, compagni in galera, Della Torre e tanti altri licenziati, squadracce fasciste protette dalla polizia, giudici-politicanti-governanti, servi dei padroni...
Questi sono gli strumenti della violenza che i padroni riversano contro la classe operaia per spremerla sempre di più. Chiederci di lottare rispettando le leggi dei padroni è come chiederci di tagliarci i coglioni!"


5 Febbraio 1971, Volantino "Brigata Rossa" 

I movimenti estremisti

In Italia, dopo Piazza Fontana, si moltiplicarono movimenti e gruppi rivoluzionari e apertamente anti-sistema. Farne un elenco -- seppur sommario -- qui è impresa improponibile. Si può dire che all'epoca erano più numerosi ed avevano maggior seguito quelli della estrema sinistra extra-parlamentare. Non meno agguerriti però furono quelli di estrema destra.

La strage di Piazza Fontana fu subito vista dai movimenti di sinistra come una "strage di stato"; le prime -- discutibili e dilettantesche -- indagini puntarono fin da subito ad una "pista anarchica"; indagini inoltre macchiate dal seguente non meglio chiarito "suicidio" di Giuseppe Pinelli nella questura di Milano. Questo fatto non fece altro che aumentare tensioni e dubbi. Il processo, che non arrivò mai ad individuare i colpevoli, fece comunque luce sugli ambienti poco trasparenti dei servizi segreti e la loro vicinanza ad ambienti di destra eversiva. 

Personaggi come gli informatori del SID Giannettini, Serpieri e i terroristi di estrema destra Freda e Ventura furono al centro di polemiche roventi che videro qualche barlume di chiarezza solo nel processo di Catanzaro (il processo venne spostato da Roma a Milano e poi a Catanzaro) del 1977. Nei primi anni 70 il ricorso alla lotta armata -- prima solo accennata come possibilità del tutto teorica e lontana -- divenne, per molti militanti, una scelta -- dal loro punto di vista -- obbligata. I sindacati -- di ogni sigla e colore -- furono i primi ad essere travolti da questa ondata di ribellione contro ogni forma istituzionale che derivasse direttamente o indirettamente dall'autorità statale; nelle fabbriche i sindacalisti vennero boicottati e gruppi autonomi di studenti ed operai decisero una propria scelta di lotta senza passare dalla rappresentanza sindacale. Va anche ricordato che il 22 luglio 1970 ci fu il deragliamento del treno Palermo - Torino (il treno del sole) causato da una esplosione nei binari all'altezza della stazione di Gioia Tauro; 6 morti e 66 feriti. La strage di Gioia Tauro fu subito associata politicamente alla rivolta che si stava svolgendo a Reggio Calabria. Rivolta che prese le mosse dalla scelta dello stato di nominare come capoluogo di regione Catanzaro, decisione non priva di aspetti politici e ricadute economiche.

E' in questo periodo che -- nella sinistra extra-parlamentare -- si fa strada e prende corpo la teoria della "resistenza tradita", e cioè quella teoria che postula un tradimento dei valori nati durante la resistenza e successivamente non applicati nella nuova società italiana nata dopo la guerra al nazi-fascismo. L'artefice e il più importante divulgatore di questa dottrina fu certamente Giangiacomo Feltrinelli, uscito prima dal PSI e poi dal PCI per formare i GAP (Gruppi d'Azione Partigiana). Nel 1949 aprì una biblioteca dal nome  "Biblioteca Giangiacomo Feltrinelli"; questa biblioteca diventerà presto un centro studi sui movimenti operai e servì anche per propagandare idee rivoluzionarie. Pochi anni dopo, nel 1954 a Milano, l'esperienza culturale della fondazione si sviluppo in quella che poi divenne una delle più importanti case editrici italiane: "LaFeltrinelli".


["La notte della repubblica" Sergio Zavoli]

Strategia della tensione o incoscienza criminale?

Si parla spesso di "strategia della tensione" come di un progetto atto a disseminare paura e insicurezza nei cittadini tramite attentati e stragi al fine di provocare uno slittamento delle politiche di governo in senso autoritario se non addirittura favorire un colpo di stato. Questa teoria non trovò mai un riscontro penale anche se approfondimenti giornalistici e pezzi di inchieste giudiziarie fecero un po' di luce su ambienti poco chiari dei reparti militari e dei servizi segreti. Se non si può parlare di "strategia della tensione" come di un fatto giuridicamente e storicamente incontrovertibile è invece definitivamente provato il "depistaggio" continuato del SID e la vicinanza di alcuni suoi esponenti ad ambienti della destra eversiva.

A titolo di esempio e proprio al fine di evitare di parlare dei depistaggi come di un qualcosa di aleatorio o peggio di natura "complottista", porto uno stralcio del processo di Catanzaro in cui si discute del segreto politico militare in Italia. Si sa che le prime indagini sulla strage di Piazza Fontana vennero depistate; il fatto che qui tratto (non il solo venuto a galla in questo ed in altri processi) riguarda una serie di informative del SID che presagivano una possibile attività della destra eversiva per fermare "l'avanzata delle sinistre" in parlamento e fuori, ed una in special modo in cui -- tramite l'informatore dei servizi segreti Stefano Serpieri -- si faceva espressamente richiamo ad ambienti di estrema destra romana per le bombe esplose in quel 12 dicembre 1969 a Roma. Un nome che venne fuori fu quello di Mario Merlino, definito "anarchico", seppur il SID fosse già a conoscenza del fatto che fosse un militante fascista infiltrato negli ambienti anarchici romani. Al contrario venne battuta subito la pista anarchica, infruttuosamente, che portò, tra le altre cose, alla morte oscura di Pinelli nella questura di Milano.

Questo specifico caso riguarda due note del SID compilate dal confidente Serpieri il 16 e il 17 dicembre (quindi subito dopo la strage); in queste note si fece il nome di Mario Merlino, presunto esecutore materiale degli attentati, ordinato -- secondo la nota -- da Stefano Delle Chiane e due altri terroristi neo-fascisti stranieri. In una successiva comunicazione dei servizi segreti si "consiglia" di non portare all'attenzione degli inquirenti queste notizie; la stessa risposta la darà più tardi il capo dei servizi segreti Eugenio Henke al magistrato inquirente, tacendo ancora la scoperta della "copertura" anarchica dei neo-fascisti operanti in Italia. Le titubanze, i tentennamenti, i "dico non dico", insomma le arrampicate sugli specchi sono una conferma delle fortissime coperture che certe sfere continuarono ad avere anche durante il processo.

Ripeto: questo non è né il solo né il più grave episodio di depistaggio ma almeno un riscontro provato a livello giuridico penale lo devo mettere per dimostrare il nesso -- almeno in forma dubitativa -- tra i servizi segreti deviati e la teoria della "strategia della tensione". Questo nesso di per sé non prova nulla; di contro si può affermare senza ombra di dubbio (perché provando il singolo caso si prova il quadro generale) che non solo alcune componenti del SID nascondevano informazioni importanti alla magistratura ma lo facevano per favorire i gruppi della destra eversiva con la quale era in stretto rapporto.

(Consiglio di non focalizzarsi tanto sulla trama, per altro molto oscura, ma sulle risposte omissive e omertose dei militari e tutori dell'ordine. Comunque sia per una minima comprensibilità del testo:
Stefano Serpieri, informatore del SID infiltrato negli ambienti anarchici romani
Guido Giannettini, informatore del SID vicino al gruppo veneto della destra eversiva
Franco Freda, militante del gruppo veneto di estrema destra
Marco Ventura, militante del gruppo veneto di estrema destra
Mario Merlino, militante fascista infiltrato negli ambienti anarchici romani
Stefano Delle Chiaie, fondatore Avanguardia Nazionale
Eugenio Henken, capo del SID che nascose le informazioni sulla pista nera)


["Il processo di Catanzaro, 1977" Paolo Mieli ]

["Il processo di Catanzaro, 1977" Paolo Mieli ]

Tanto tuonò che piovve

In Italia dopo le due stragi di Milano e Gioia Tauro gli scontri di piazza tra manifestanti e polizia si fecero sempre più agguerriti e comparvero le prime armi; anche tra gli opposti gruppi estremisti si passò alle vie di fatto. In questo periodo si possono individuare tre campi in cui si fronteggiano le rivendicazioni sociali. Un primo livello è quello istituzionale: DC, PCI e gli altri partiti nazionali, insieme ai sindacati e associazioni politiche di base. Il secondo livello: quello dei gruppi extra-parlamentari, di destra, di sinistra e anarchici, artefici di una lotta spesso violenta tra di loro e contro lo stato ma che non va oltre la violenza di "strada" e di puro conflitto sociale. La terza, quella più oscura e inquietante: gruppi di ispirazione rivoluzionaria e insurrezionale di estrema sinistra e quella eversiva di estrema destra. Il terzo livello di scontro portò i gruppi rivoluzionari o eversivi ad armarsi e ad organizzarsi per il rovesciamento dell'ordine sociale.

Il livello politico istituzionale -- per lo meno quello "visibile" -- rimase nella dialettica aspra ma democratica. Comunque cercò in ogni modo di tracciare un confine netto e soprattutto riscontrabile dall'opinione pubblica nei confronti sia dei movimenti estremi ma comunque non sovversivi sia ovviamente anche nei confronti di quelli che -- a partire dagli anni 70 -- propugnarono esplicitamente la lotta armata contro il nemico politico e lo stato. E' di tutta evidenza che i "confini" tra i livelli -- alcune volte -- potevano essere passati da personalità ambigue o doppiogiochiste; inoltre il clima difficile di quei tempi induceva molti militanti o simpatizzanti non apertamente anti-sistema a "giocare" pericolosamente su più livelli.

Prima dell'avvento conclamato dei gruppi armati, nell'area della sinistra extra-parlamentare si formarono due anime: quella più operaista fedele all'ortodossia marxista-leninista, come Potere Operaio e Avanguardia Operaia, che postulava un ruolo predominante della classe operaia; quella di stampo maoista, diffusa soprattutto nelle università come Lotta Continua, che prediligeva la rivoluzione di stampo culturale che abbracciasse tutte le classi in lotta. 


["Anni di piombo - Arcipelago rosso" Andrea Vianello ]

Anche nella destra eversiva ci furono due grosse ramificazioni: Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo di natura spiccatamente anti-comunista e che vedeva come principali nemici i gruppi di sinistra, sia parlamentare che estrema, e per questo cercava sponde negli ambienti militari e dei servizi segreti; quella prettamente di natura eversiva, spontaneista, dei NAR -- gruppo formato molto più tardi nel 77 -- che avevano come obiettivo principale l'abbattimento con ogni mezzo dello stato ed in subordine la lotta armata contro i gruppi di estrema sinistra. Queste differenze dottrinarie però erano spesso sconosciute ai militanti ed erano utilizzate più dai "quadri" delle organizzazioni estremiste in una guerra simulata per l'egemonia culturale della propria aria di riferimento.


["Anni di piombo - Arcipelago nero" Andrea Vianello ]

Il 1970 fu anche l'anno del "Golpe Borghese", il presunto tentativo di colpo di stato ordito da Junio Valerio Borghese, ex capo della X MAS, aderente alla Repubblica Sociale Italiana, fondatore del Fronte Nazionale di ispirazione ultra-nazionalista e neo-fascista. Il colpo di stato fu annullato all'ultimo momento proprio da Valerio Borghese.


["La notte della repubblica" Sergio Zavoli]

Se sia stato un tentativo grottesco o inquietante o ancora preparatorio per altri atti eversivi non si è riuscito a sapere. Di sicuro questa saldatura tra ambienti militari, provenienti dal fascismo storico, e il nuovo fascismo -- meno "istituzionale", molto revanscista -- fatto da una galassia di gruppi di estrema destra eversiva, gettò il paese in una sorta di inquietudine continuata. I cittadini comuni cercarono di rispondere dando più potere -- tramite il voto -- ai partiti istituzionali (democristiani, liberali, socialisti o comunisti che fossero). Nella estrema sinistra extra-parlamentare invece presero forma i primi gruppi rivoluzionari e insurrezionalisti che "maneggiarono" pistole e fucili; i più importanti: Prima Linea e il gruppo genovese XXII Ottobre.

I focolai più roventi divamparono nelle tre città del nord del così detto "triangolo industriale", Milano, Genova e Torino. A Milano si consolidò il CPM (Collettivo Politico Metropolitano) fondato l'8 settembre 1969 da Renato Curcio e Mara Cagol, appena laureati all'università di sociologia di Trento voluta e creata dalla classe dirigente della DC, comprendente studenti e gruppi di operai organizzati provenienti dalla Sit-Siemens e dalla Pirelli. Questa organizzazione -- che unì l'egalitarismo sociale alla dottrina rivoluzionaria marxista-leninista -- ebbe poco successo ma fu di enorme importanza storica perché, quando si dissolse, parte dei militanti e leader confluirono in Sinistra Proletaria, altri diedero vita al primo "nucleo storico" delle brigate rosse, che all'inizio si chiameranno "Brigata Rossa".

All'interno delle fabbriche lo scollamento tra i gruppi autonomi estremisti e i sindacati fu enorme. Se prima ci fu una parvenza di dialogo -- anche con i partiti istituzionali come riferimento "terzo" tra le due parti in "lotta" -- subito dopo subentrò un vero e proprio odio se non, come si nota dal volantino di Sinistra Proletaria fatto circolare alla Sit-Siemens di Milano, indifferenza.

"A noi non interessa parlar male del sindacato, né accusare gratuitamente qualcuno di essere venduto al padrone. Il sindacato non è venduto, soltanto ha scelto, insieme ai cosiddetti partiti dei lavoratori, la strada delle riforme, cioè la strada dell'accordo complessivo e definitivo con i padroni."

Sinistra Proletaria, luglio 1970


In pratica i lavoratori all'interno delle fabbriche e stabilimenti del nord si trovarono di fronte ad un bivio.

Le origini del terrorismo in Italia - prima parte -

domenica 6 dicembre 2015

Le origini del terrorismo in Italia - prima parte -

Le origini del terrorismo in Italia - prima parte -

Raskòlnikov sorrise di nuovo. Aveva capito subito come
stavano le cose e dove volevano portarlo; e ricordava il suo
articolo. Decise di accettare la sfida.
«Quel che dice il mio articolo non è precisamente questo,»
prese a dire in tono semplice e modesto. «D'altronde, riconosco
che ne avete esposto il contenuto quasi fedelmente e perfino, se
volete, del tutto fedelmente...» era come se gli facesse piacere
ammettere quest'ultima possibilità. «L'unica differenza è che io
non sostengo affatto che gli uomini straordinari debbano
necessariamente o siano costretti a compiere iniquità d'ogni
specie, come voi dite. Fra l'altro, credo che un articolo del
genere non l'avrebbero nemmeno lasciato pubblicare. Io ho
semplicemente formulato l'ipotesi che un uomo "straordinario" 
abbia il diritto... non un diritto ufficiale, beninteso... di
permettere alla propria coscienza di scavalcare certi... certi
ostacoli, e ciò esclusivamente nel caso in cui l'esecuzione di un
suo progetto (talvolta, magari, salutare per l'intera umanità) lo
richieda.»

"Delitto e castigo" Fëdor Dostoevskij 1866 Russia



["Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" Elio Petri 1970 Italia]


Gli anni di piombo

Cominciamo con lo sfatare un mito. E cioè che la strage di piazza Fontana sia stato l'evento che inaugurò quello che -- per prassi giornalistica e storica -- viene definito il periodo della così detta "strategia della tensione". La realtà sociale del nostro paese era già scossa da avvenimenti di altissima tensione sociale, di scontri di piazza e contrapposizione politica fin dai primi anni 60. Se non fu un evento isolato in mezzo ad una pacifica convivenza sociale, fu di certo il più grave ed il più efferato episodio criminale in Italia dal dopoguerra al 1969. Ed è per questo che da un punto di vista simbolico viene visto come l'evento emblematico e "premonitore" di sventure.

Gli anni 60 furono un periodo di clamorosa trasformazione sociale ed economica sia in Europa che in Italia. Soprattutto in Italia. Non bisogna pensare che, con la fine della seconda guerra mondiale e di conseguenza del regime fascista, si sviluppò fin da subito nella nostra società una realtà civile come la conosciamo oggi; insomma, non ci fu un "prima e un dopo" facilmente individuabile e ristretto nel tempo. Molte delle persone che svolgevano ruoli importanti (ma non solo) nella classe dirigente, nei tribunali, nelle scuole, avevano vissuto, studiato e si erano formate culturalmente durante il regime Mussoliniano. Non era -- e non poteva essere -- una questione solo di "giustizia penale" come l'amnistia Togliatti rese subito palese; il fascismo era durato troppo a lungo ed ebbe troppo seguito per poter voltare pagina in poco tempo. A complicare le cose (ma in senso inverso a rendere un po' meno lento il passaggio) ci fu la repentina trasformazione di un paese completamente agricolo verso una società basata su un nuovo capitalismo industriale, specialmente al nord. Il fascismo che crebbe e si consolidò in una nazione agraria, ritrovò nelle grandi città industrializzate e nella nuova società consumistica nemici insuperabili.


Ovviamente questa trasformazione non avvenne indolore. Lo squilibrio tra nord e sud del paese e tra città e periferia degradata rinnovò la conflittualità declinandola in modo diverso. Da una parte il problema "casa" e le periferie abbandonate (in certi posti dell'Italia vere e proprie enormi baraccopoli) dall'altra una nuova generazione di giovani che -- per la prima volta -- conosceva la ricchezza materiale ed intellettuale e quindi si fece portatrice di nuove esigenze di libertà e progresso. A questi sconvolgimenti sociali, economici e culturali si intrecciò la questione ancora presente e molto sentita dello scontro politico fascismo/anti-fascismo (non destra/sinistra, non conservatori/progressisti, non fascisti/comunisti). Scontro che in modi diversi e meno forti avvenne anche in altre nazioni ma che nella nostra -- per ovvie ragioni -- trascinò in pratica tutta la società civile ad un elevata ed insopportabile tensione politica.


["Corriere della Sera" Piazza Fontana]


Il governo del presidente

Dopo una relativa tregua dovuta più ad una crisi di rigetto della violenza in sé che non ad una vera e sentita riappacificazione, la dialettica politica nel finire degli anni 50 segna un mutamento di clima. Siamo nell'estate 1960, a Roma sono in programma le Olimpiadi e il PIL viaggia al 8,1%.

Dopo la crisi del governo di Antonio Segni, l'esponente della sinistra della Democrazia Cristiana Fernando Tambroni ricevette l'incarico di formare il governo dal presidente Giovanni Gronchi. Il governo è un monocolore DC e viene definito il "governo del presidente" per affermarne la natura "forte" ed emergenziale. Durante il suo insediamento riceve i voti determinanti per la fiducia dal MSI. E' la prima volta a livello nazionale che i post-fascisti hanno un peso così rilevante; localmente invece non sono rari accordi di vario genere tra DC e MSI. Ma a livello simbolico non è evidentemente la stessa cosa. Il modello centrista italiano incomincia la sua crisi che diventa strutturale quando, superata l'emergenza del dopoguerra, si capisce che non si riesce (o non si vuole) formare due gruppi dirigenti e con rappresentanza politica ai "lati" della DC che possano garantire una vera alternanza politica e che così possano dare risposte alle nuove esigenze venute dal mutamento improvviso di cultura e veri e propri stili di vita.

A destra non si può e non si deve andare perché lì c'è solo la riedizione della immane tragedia degli anni 30. A sinistra c'è il più grande Partito Comunista in Europa e, dopo gli accordi di Jalta, si deve accontentare di governi locali; i socialisti non hanno ancora la forza necessaria per imporsi.


["La notte della repubblica" Sergio Zavoli]


Le reazioni a questo governo e alla scelta di approvare e far svolgere a Genova il sesto congresso del Movimento Sociale Italiano si materializzano in manifestazioni di piazza nella stessa città di Genova e anche, tra le altre, a Reggio Emilia, Roma, Palermo, Licata, Catania, Napoli. Gli scontri sono violentissimi. Bisogna tener conto che un certo tipo di autoritarismo ancora permea alcune zone della società italiana per le cause sopra ricordate; nelle fabbriche la libertà sindacale è ridotta e spesso gli scioperi finiscono con i lavoratori presi a manganellate (non solo dalla polizia), nelle scuole e perfino nelle famiglie le generazioni a confronto si danno "battaglia". L'ordine pubblico è tenuto da membri e capi formati durante il regime e con una struttura non del tutto modernizzata e trasparente come è oggi. 


["I ribelli" Mimmo Calopresti]

Risultato: 11 morti, 5 a Reggio Emilia dove ci furono i fatti più gravi; a Genova in piazza manifestarono 100 mila persone. Dopo questi tragici eventi il governo Tambroni si dimette il 26 luglio 1960.

Il centro sinistra



["Domenica del Corriere" La svolta a sinistra]

Il primo governo di centro sinistra "organico" (così chiamato perché formato anche dai socialisti e che non ebbe solo un appoggio esterno) fu il primo governo di Aldo Moro, esponente dell'area progressista DC, ed ottenne la fiducia il 4 dicembre 1963. Il vicepresidente fu Pietro Nenni, massimo esponente del socialismo italiano. Questa "svolta a sinistra" non bastò a calmare gli animi di una società che si avviava sempre più ad una contrapposizione violenta. Nei posti di lavoro i sindacati -- anche quelli più a sinistra e battaglieri come la CGIL -- non riuscirono ad arrestare le nuove forme spontaneiste di lotta e la formazione di gruppi e movimenti estremisti che germinavano intorno ai luoghi di lavoro. Lo stesso avvenne nelle facoltà universitarie.



["La notte della repubblica" Sergio Zavoli]


Intanto i servizi segreti -- si scoprì dopo -- cominciarono una massiccia schedatura di tutti i politici, giornalisti, sindacalisti, personaggi importanti in genere, portata avanti dal SIFAR. A capo di quest'ufficio venne messo dal 1955 il generale Giovanni De Lorenzo, che subì più avanti un'indagine parlamentare per i fatti del piano SOLO (una specie di piano "difensivo" militare dell'arma dei carabinieri che sarebbe dovuto scattare in caso di tumulti e situazioni sociali pericolose). Il SIFAR verrà sciolto nel 65, sostituito dal SID (Servizio Informazioni Difesa). Come si seppe dopo, alcuni sindacalisti e "leader" dei lavoratori -- tramite le varie organizzazioni -- comprarono appartamenti vuoti da utilizzare in caso di eventi di natura eversiva per poter continuare il loro lavoro di tutela dei lavoratori. Insomma, il clima prima del maggio francese, del biennio 69-70 -- che vide una proliferazione di movimenti e gruppi extraparlamentari -- era di estrema tensione sociale. Era una tensione strisciante ma pronta ad esplodere, come in effetti fu. Per quanto riguarda la politica, il 26 luglio 1964 cade il governo Moro entrato in crisi sulla questione delle sovvenzioni alle scuole private. Il nuovo presidente della repubblica viene eletto a dicembre ed è Giuseppe Saragat.

A grandi passi verso l'inevitabile

Gli anni di "avvicinamento" all'implosione sociale sono di difficile lettura anche a livello culturale. I modelli giovanili richiamano ad un vero e proprio stravolgimento dell'essere individuale, e quindi non solo socialmente. Sono gli anni in cui alla comunicazione di massa della televisione che -- in qualche modo -- "organizza" e plasma il pensiero per costruire il "cittadino comune" si contrappongono modelli antagonisti di segno uguale e contrario che diventano vere e proprie mode (nel senso classico del termine); i beatles, i rolling stones, imprimono un ideale di libertà senza responsabilità che fatalmente irrompe in una società non ancora del tutto liberale. Le scosse culturali arrivano perfino dentro al nucleo familiare dove regnano ancora autorità e divieti bigotti. Marilyn Monroe ma soprattutto Brigitte Bardot, parigina giramondo, sono l'emblema della voglia di indipendenza delle giovani ragazze e in genere del mondo femminile oppresso sistematicamente in ogni luogo sociale fin dentro le mura di casa. Questi due mondi -- il conservatorismo responsabile ed autoritario da una parte e dall'altra la libertà individuale illimitata e ribellistica -- invece che mischiarsi ed esprimere una sintesi che possa espellere le parti più antisociali si scontrano prima "sottotraccia", poi politicamente e infine nelle strade.

Anche la politica internazionale getta benzina sul fuoco. L'Italia -- nel mediterraneo -- è circondata da regimi autoritari e antidemocratici, se non vere e proprie riedizioni del fascismo italiano. In Spagna c'è il franchismo, in Portogallo Salazar, nel 1967 in Grecia c'è un colpo di stato militare che darà vita alla "dittatura dei colonnelli" di Georgios Papadopoulos. Sono gli anni della guerra in Vientnam che vide l'ascesa del movimento pacifista americano, dell'invasione sovietica in Cecoslovacchia che mise fine alla "primavera di Praga". Nel 1966 Mao Zedong organizza la "rivoluzione culturale" cinese che verrà presa ad esempio dai gruppi rivoluzionari della sinistra extra-parlamentare e spaventerà le democrazie liberali occidentali. In questo divenire di movimenti e sommovimenti la disorientata società italiana traballa di fronte alle sollecitazioni politico-culturali che arrivano da ogni parte del mondo.

E' in questa pesante atmosfera che si arriva a Piazza Fontana, strage in cui furono uccise 17 persone. Ma forse non tutti sanno che quella bomba non fu la sola ad esplodere in quel 12 dicembre 1969: nello stesso giorno e più o meno alla stessa ora esplosero altre tre bombe a Roma che provocarono 16 feriti e a Milano fu trovato un altro ordigno (non esploso) nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala.

Come detto prima, il biennio 69-70 vide la nascita di una pletora di movimenti extraparlamentari di estrema destra, estrema sinistra e anarchici che propugnarono senza mezzi termini la lotta e lo scontro come dialettica politica. I partiti, i sindacati, non riuscirono ad "istituzionalizzare" la protesta incanalandola su binari democratici. Anzi, questi movimenti (sia di destra che di sinistra) ebbero come acerrimi nemici proprio l'area istituzionale culturalmente più vicina ai loro ideali, ritenendola traditrice degli "antichi valori" di cui questi estremisti si ritenevano i veri custodi. Intanto in Via Lorenteggio a Milano nel 1970 compaiono dei volantini con una stella a cinque punte chiusa dentro un cerchio. Il primo nucleo delle brigate rosse si fa conoscere dalla società italiana.
  
Le origini del terrorismo in Italia - seconda parte -




domenica 27 settembre 2015

La guerra nei Balcani - Ottava Parte -

La Terza Guerra Mondiale
Ottava Parte

26) Gli accordi di Dayton

"Gli spazi balcanici contengono più storia di quanta ne possano consumare" Winston Churchill

Il 31 ottobre 1995 si siedono attorno ad un tavolo a Dayton in Ohio i rappresentanti delle parti in guerra nei Balcani e i più importanti esponenti della comunità internazionale. Il luogo è la base militare Wrigth Patterson Air Force. Sono presenti, oltre ai tre protagonisti Milosevic, Tudjman e Izetbegovic, Clinton, Kohl, Major, il mediatore Holbrooke, il segretario di stato Warren Christopher, Biltd per la UE e il viceministro della Russia Ivanov. In realtà (forse perché troppo vecchio o troppo poco energico) per i bosniaci musulmani non sarà il presidente a prendere parte ai negoziati ma Haris Silajdzic. Come al solito l'Europa si presenta divisa. Il rappresentante della UE è lì solo per pura presenza; mentre per bilanciare gli interessi di parte sono presenti -- per la Croazia e i bosgnacchi -- la Germania e -- per la Serbia -- gli UK. Oltre ai "pezzi grossi" ci sono le rappresentanze istituzionali di altre comunità toccate dal disfacimento della ex Jugoslavia, come ad esempio i rappresentanti bosniaci della Repubblica Srpska che vivono i giorni dei negoziati da "separati in casa" con i Serbi del governo di Belgrado. In questi negoziati viene alla luce la miseria dell'ideologia nazionalista che ha fatto da detonatore e amplificatore per i cinque anni di guerra, distruzione e vero e proprio terrorismo. Si passano giorni e giorni e notti intere davanti alla mappa dei Balcani per ridisegnare i confini delle nuove entità sovrane. Come ogni guerra passata la "battaglia" si sposta sulle cartine.

Il punto non negoziabile è la divisione (spartizione?) della Bosnia Erzegovina in due entità: la federazione croato-musulmana e la federazione della Repubblica Serba; la prima con il 51% del territorio la seconda con il 49%. Quindi... "51-49" è il punto di partenza delle discussioni.




Il primo punto viene condiviso da tutti. A dire il vero i bosgnacchi di Izetbegovic sono tutt'altro che contenti ma il rischio di vedersi annullati dalle due altre forze è troppo pericoloso per cercare altre soluzioni. Dall'altra parte Milosevic non può osare più di tanto dopo aver scaricato Mladic e Karadzic, e cerca di ritagliarsi una immagine di uomo -- magari non di pace -- ma che cerca di fermare la battaglia nella Bosnia ormai fuori controllo.

Le altre maggiori questioni di disaccordo sono: la creazione di un corridoio neutro per congiungere i territori sotto controllo musulmano con l'enclave di Gorazde...




 ...e il controllo di Brcko (situata in un punto strategico a nord-est della Bosnia).




Dopo varie e incredibili (a volte grottesche) discussioni si arriva ad una soluzione. Accettato il "51-49", il corridoio di congiunzione; Brcko sarà una amministrazione sotto controllo internazionale e a doppia sovranità: croato-musulmana e serbo-bosniaca. Se la soluzione della doppia sovranità può apparire ingarbugliata, quello che viene approvato per il resto del territorio della Bosnia è fuori da ogni logica di buona amministrazione. Ed è pure normale visto che risponde a logiche nazionalistiche e militari nonché frutto di cinque anni di guerre.

Ogni federazione è gerarchicamente sotto lo stato della Bosnia Ezegovina; le nazionalità all'interno delle due federazioni sono tre; sul territorio la divisione amministrativa è pensata per cantoni autonomi dotati ognuno di un parlamento proprio. I cantoni, a loro volta, sono divisi in municipalità (entità che erano presenti anche prima del conflitto). La funzione di capo dello stato è esercitato a rotazione da una figura politica derivante da una delle tre forze etnico-nazionalistiche. Una macchina burocratica enorme, inefficiente ed in più ostaggio dei veti incrociati che si formano ad ogni livello amministrativo.

Questo è il risultato della disputa sui confini...




27) Tutto finito?

Ovviamente no. Che una violentissima crisi di identità etnico nazionalistica sfociata in guerre, atrocità e crimini contro l'umanità potesse risolversi con lo spostamento di confini territoriali era un'ipotesi che anche il più ottimista diplomatico internazionale avrebbe scartato. Dayton servì per fermare il massacro (anzi i massacri) che si stavano perpetrando in Bosnia, nel centro dei Balcani. Fu una "pezza". Si sarebbero dovuti fare altri passi per la pacificazione del (non più) paese; l'odio etnico continuò strisciante ad avvelenare la vita di tutti i giorni.

Infatti la questione del Kosovo esplose poco più tardi, nel 1996 come una triste replica dei sommovimenti della fine degli anni 80. Altro odio etnico, questa volta tra albanesi e minoranza serba kosovara, altra guerra, altre stragi e bombardamenti NATO. Ai giorni nostri la situazione nei Balcani sembra tornata alla quasi normalità -- se per normalità s'intende assenza di guerre e crimini contro i civili -- ma una guerra civile di questa intensità non può non lasciare traccia. Sono ancora molti i posti in cui esiste una minoranza (che sia croata, serba, musulmana o albanese poco importa) discriminata e sono moltissime le famiglie che hanno perso i loro cari, le abitazioni e tutto quello che avevano. E spesso si trovano a vivere a contatto con chi quelle case le ha bruciate; oppure si trovano davanti a forze dell'ordine ancora a loro posto ed in servizio attivo le quali sono state protagoniste delle uccisioni dei loro cari. Le cartine e i confini non bastano per sanare situazioni orribili come queste (o altre, ancora peggiori).

Leggendo libri sull'argomento e informandomi in rete due sono le domande che mi si sono poste di fronte. La prima è: come è potuto succedere? In altre parole, quali le cause, chi i responsabili. Mentre la seconda attiene più alla sfera umana, sia individuale che di massa, e cioè: come è possibile trasformare un uomo in bestia?

Per rispondere -- o per meglio dire per tentare di rispondere --- esaurientemente ci vorrebbero tanti altri articoli. Allora proverò a mettere solo delle riflessioni sintetiche.

Per quanto riguarda le cause è notorio che la classica spiegazione che si dà della disgregazione è che -- dopo la fine del regime di Tito -- le spinte nazionalistiche, da tempo silenti, non trovarono ostacolo alcuno alla loro diffusione. E' vero. Il regime di Tito (per quanto "diverso" dai regimi comunisti allineati a Stalin) mantenne un controllo sulla libertà di associazione (partito unico) e utilizzò la censura di stato per "nascondere" rivendicazioni scomode. Quindi -- per me -- è proprio questo (non solo ovviamente) ad aver accelerato la dissoluzione in modo drammatico della Jugoslavia federale invece che frenarla. E' stata proprio la mancanza di un libero e cosciente dialogo pubblico sulle possibili diversità di opinione che ha fatto sì che l'unico mezzo di dialogo "pensabile" nello stato post-titino fosse la regola del più forte. Basti pensare a come venivano trattati gli intellettuali dei vari stati etnici che non si allineavano al pensiero dominante nazionalista. Un caso famoso fu quello della scrittrice croata Slavenka Drakulic, bollata come traditrice solo perché -- nei suoi scritti -- si rifiutò di vedere come nemici i suoi conoscenti e colleghi artisti serbi. 

Anche i referenfum per l'indipendenza di Slovenia, Croazia e quello interno alla Repubblica Serbia di Bosnia furono fatti senza un contorno adeguato di dibattito liberale e democratico inteso come libera ed eguale diffusione di idee e posizioni differenti. Un referendum senza dibattito democratico in cui l'informazione è completamente in mano al governo non è un referendum libero ma plebiscito.

E così mi collego alla seconda domanda. Una volta appurato che dialogo e mediazione non c'è, come si comporta un essere umano civilizzato di fronte ad una sua richiesta sociale e politica? Se pensa che la sua richiesta sociale sia "vitale" per sé e per i suoi concittadini ed in più sa che può averla solo con la battaglia, la guerra e l'uccisione, si fermerà o la cercherà a tutti i costi? Non si deve fare l'errore di pensare che "la battaglia, la guerra e l'uccisione" siano nell'orizzonte individuale della persona in oggetto; il caso più semplice è che queste cose -- di solito -- vengono demandate ad altri, ad esempio agli estremisti politici e militari. Penso che molta gente comune abbia seguito con più o meno interesse e abbia appoggiato più o meno convintamente le rivendicazione nazionaliste dei vari Milosevic, Tujman, Mladic, per vari motivi... perché assordati e accecati dalla propaganda dei propri governi, perché hanno subito un'esperienza drammatica in cui la parte degli aggressori erano prese dall'etnia nemica, per ideologia, per conformismo... 

Hannah Arendt, nel libro "La banalità del male", affronta questo argomento con lucida freddezza. Adolf Eichmann era un burocrate, responsabile dell'ufficio statale in cui si pianificavano i "viaggi" in treno degli ebrei verso i campi di concentramento. La scrittrice pensò di trovarsi di fronte un aguzzino, il male in persona, ed invece... invece al banco degli imputati sedeva un misero impiegato, mediocre, il quale asseriva senza rimorso (perché appunto rifletteva ancora con la benda a-morale nazista) che lui "faceva solo il suo lavoro". La figura del cittadino è diversa da quella dell'eroe. E' probabile quanto destabilizzante pensare che noi -- al suo posto -- avremmo continuato a fare "il nostro lavoro", perché così vedevamo fare a tutti e perché era "legale" e non c'era niente di cui vergognarsi (nella società al contrario del periodo nazista).

28) Srebrenica

Parlando dello sterminio degli ebrei nel periodo nazista e di genocidio il pensiero non può che andare a Srebrenica.



Souvenir Srebrenica, 2006, Luca Rosini, Roberta Biagerelli

La nostra stra-citata costituzione nacque in primo luogo da un "mai più": mai più fascismo. Di "mai più" in Europa e nel mondo -- subito dopo il disastro umano della seconda guerra mondiale -- se ne dissero e scrissero molti. Mai più guerre, stragi di civili, lager, campi di sterminio, Nagasaki e Hiroshima... Quei "mai più" significarono la linea di demarcazione del rispetto della vita umana e dell'umanità in generale che le nuove società liberali e democratiche non avrebbero sorpassato mai -- appunto -- e in nessun caso. La storia sfortunatamente testimoniò che -- a livello mondiale -- quella linea alcune volte venne sorpassata; desaparecidos argentini, campi di "rieducazione" siberiani, armi chimiche in medioriente...

Ma tutto sommato in Europa quel "mai più" risultò vero... fino a Srebrenica. E' il caso di tenerne conto anche in tempi come questi in cui la vulgata del "non ci sono più le ideologie" impera e per questo tutto viene piegato ad un utilitarismo razionalista che può diventare disumano. Ogni movimento di avvicinamento a quella linea di demarcazione che separa la civiltà dalla disumanità deve essere analizzato e tenuto sotto controllo; di più quando ci sono forze di ispirazione apertamente etniche (di destra) o forze politiche (di destra e di sinistra) che cianciano di una mal interpretata e interpretabile sovranità nazionale ispirandosi a vecchi e nuovi indipendentismi nazionalisti.

Quindi Srebrenica... una cittadina in cui i giorni passavano nella regolarità più assoluta, magari noiosa, magari con i soliti problemi economici ma passava...
Ad un certo punto, dopo continui e veloci passi verso quella linea di demarcazione del "mai più", si arriva a scoprire un luogo dove mancano luce e gas, stra-pieno di rifugiati. Sotto silenzio vengono deportati e giustiziati più di 8.000 maschi in età di leva e stuprate un numero imprecisato di donne. Come durante il nazismo si stravolge l'essenza dell'indivuduo, la sua morale, tutta la sua sovrastruttura etica e civile. Si passa dal "non uccidere un innocente" a "devi uccidere il tuo nemico anche se innocente". Questa disumanizzazione non è avvenuta in un giorno -- ovvio -- ma è avvenuta. In Germania negli anni 30-40 e nei Balcani pochi anni fa. Non sto tracciando un parallelo tra regimi o stati, sto solo prendendo nota del fatto che la volontà di annientamento di un popolo come ideologia accettabile è stata sempre presente -- seppure sottotraccia -- nella civile Europa fino agli anni 90. Semplicemente non era visibile, ma c'era.

Dicevo... come si diventa bestie è l'altro quesito; come si passa a pensare a dove prendere il pane o dove andare a ballare a ragionamenti come questo...

Souvenir Srebrenica, 2006, Luca Rosini, Roberta Biagerelli

La risposta non può essere una semplicistica presa d'atto che "a noi non può succedere" perché, semplicemente, la storia ci smentisce. Ci ha smentito. Solo in Europa, per ben due volte. Il pessimismo della ragione ci dice che, al momento, risposte non ne abbiamo.

E' del tutto ovvio che la pace di Dayton non fu un vero e proprio trattato di pace in quanto -- come si è visto -- la società della ex Jugoslavia era stata modificata dalle varie propagande etno-nazionaliste degli stati in lotta talmente in profondità da ritenere che la pacificazione di questo incredibile e magnifico territorio balcanico sia di là da venire. Soprattutto quando alle difficoltà sociali si sommano anche quelle economiche, maggiormente presenti nella Bosnia centrale e nel Kosovo.