mercoledì 6 gennaio 2016

Commissione d'inchiesta sul rapimento e l'uccisione di Aldo Moro - Rapporti tra le Brigate Rosse e la RAF -

Organizzazioni terroristiche straniere

Dalle deposizioni di terroristi detenuti è emerso che le BR, oltre che con la RAF, hanno in passato stabilito rapporti anche con un'altra organizzazione tedesca denominata "2 giugno" nonché con i baschi dell'ETA, con i francesi del NAPAP e con gli irlandesi dell'IRA.

Inizialmente l'interesse per i rapporti internazionali era notevole, tanto che in una certa fase fu dato l'incarico di occuparsene a Moretti, a tal fine liberato da altre incombenze. Successivamente però la considerazione per tali rapporti era notevolmente calata.

Per quanto riguarda l'IRA e l'ETA, Peci ha rilevato che i rapporti con tali organizzazioni non erano passibili di sviluppo "in quanto questi sono movimenti a livello di autonomia nazionale e non di liberazione, per cui non è stato possibile trovare spazi politici ampi a sufficienza per sviluppare un discorso comune".

Con il NAPAP i contatti si erano limitati ad uno scambio di armi.

Sostanzialmente coincidenti con le notizie date da Peci quelle fornite da Savasta.

Più intensi sono stati invece i rapporti con la RAF, soprattutto prima della scoperta a Milano della base BR di via Montenevoso (1 ottobre 1978) in quanto sono consistiti, oltre che nello scambio di armi, di esperienze e di rifugi, anche in un serrato confronto sugli obiettivi strategici da perseguire. Essi furono tenuti in un primo tempo da Azzolini, che si valeva della Kitzler in qualità di interprete, e successivamente da Moretti.
Secondo quanto fu rivelato a Peci dal brigatista Fiore, Moretti avrebbe avuto, come già accennato, contatti con l'esponente della RAF Willy Peter stoll.

Dal punto di vista politico i rapporti risultarono a detta di Peci insoddisfacenti soprattutto per la mancanza da parte della RAF di un "minimo di inserimento a livello di massa, a livello operaio".
Anche Savasta ha confermato il giudizio negativo delle BR sull'attività della RAF, troppo impegnata nella lotta contro l'imperialismo americano e la NATO e portata a solidarizzare con tutti i movimenti di liberazione di altri Paesi, ma, al contempo, assolutamente avulsa dalla problematico interna tedesca.

Inoltre le BR rimproveravano ai tedeschi un allineamento sulle posizioni di politica estera dell'URSS che si manifestava nella rinuncia a denunciare, contrariamente a quanto facevano i brigatisti italiani, il "socialimperialismo sovietico". La RAF fu poi tacciata di servilismo nei confronti dell'URSS quando, anziché reagire duramente all'arresto di suoi militanti in territorio sovietico ed alla successiva estradizione dei medesimi nella RFT, giustificò la decisione del governo sovietico definendola una conseguenza delle pressioni dell'imperialismo americano.

I rapporti tra Prima Linea e NAPAP sono stati illustrati alla Commissione da Roberto Sandalo che entrò in contatto, grazie a Peter Freeman (un ex militante di Lotta Continua che era dovuto espatriare in Francia), con due giovani militanti dell'organizzazione francese.

Costoro, Serge e Pascal, giunsero a Torino nella primavera del 1979 a bordo di una Renault TX a iniezione 2600, da loro stessi rubata in Francia, che fu poi l'autovettura della quale Prima Linea si servì, il 18 luglio dello stesso anno, per l'assassinio del barista Carmine Civitate.

Da quel momento iniziò tra le due organizzazioni un intenso scambio di armi: i francesi ebbero da Prima Linea dei revolvers calibro 38 e una Magnum 44 e, a loro volta, portarono in Italia delle speciali pistole francesi nelle quali il caricatore si inserisce dall'alto. 

Sempre da costoro Prima Linea ottenne più di 70 chilogrammi di gelatina che dovevano servire per un grosso attentato.


La Commissione ha accertato trattarsi di Serge Fassi e di Pascal Trillat, arrestati a Parigi il 28 marzo 1980 insieme alla italiana Olga Girotto e ad altri dodici cittadini francesi. Il gruppo fu trovato in possesso di tre chili di esplosivo, due mitra, sette pistole e numerose bombe a mano.

Questo micidiale esplosivo, pericolosissimo da usare, è stato fatto ritrovare da Sandalo dopo il suo arresto in località Rivalta dove era rinchiuso in un frigorifero. Nel settembre 1979 Serge e Pascal informarono Prima Linea che era possibile acquistare in Francia una partita di fucili d'assalto FAL rubata in una base NATO. Inoltre era possibile acquistare 200 mitra israeliani calibro 9 lungo capaci di sparare 650 colpi al minuto.
Per questa ragione Sandalo e Freeman si recarono a Parigi, ma la trattativa per l'acquisto fallì, sia perché i venditori pretendevano che si comprassero almeno 200 pezzi, sia per la difficoltà di attraversamento della frontiera.
Maurice Bignami tentò di utilizzare i francesi del NAPAP anche per mettersi in contatto con l'ETA. L'incontro, fissato a Parigi, dove, per conto di Prima Linea, si recò Maria Teresa Conti, fallì per un disguido.

Documenti storici Brigate Rosse - Norme sula clandestinità -

LA CLANDESTINITA'

La clandestinità è una condizione indispensabile per la sopravvivenza di una organizzazione politico-militare che operi all'interno delle metropoli imperialiste. La condizione di clandestinità non impedisce che l'organizzazione si svolga per linee interne alle forze dell'area dell'autonomia operaia. Oltre alla condizione di clandestinità assoluta si presenta perciò, nella nostra esperienza, una seconda condizione in cui il militante pur appartenendo all'organizzazione, opera nel movimento, ed è quindi costretto ad apparire e muoversi nelle forme politiche che il movimento assume nella legalità. 

Questo secondo tipo di militanza clandestina da un punto di vista politico è la alla base della costruzione delle articolazioni del potere rivoluzionario; da un punto di vista militare è a fondamento dello sviluppo delle milizie operaie e popolari. Operare a partire dalla clandestinità consente un vantaggio tattico decisivo sul nemico di classe che vive invece esposto nei suoi uomini nelle istallazioni. Questo vantaggio viene annullato quando la clandestinità è intesa in senso puramente difensivo. 

La concezione difensiva della clandestinità sottintende o nasconde l'illusione che lo scontro tra borghesia e proletariato in ultima analisi si giochi sul terreno politico piuttosto che su quello della guerra e cioè che gli aspetti militari siano in fondo solo aspetti tattici di suporto. Il lavoro politico di ogni compagno si svolge all'interno di una colonna. Tutti i rapporti politici devono dunque essere controllati e valutati. 

Non si deve mai andare a un appuntamento o fare un lavoro particolare senza che qualcun altro dell'organizzazione non ne sia al corrente. In particolare per contatti con nuovi elementi esterni è necessaria una discussione preventiva coi responsabili della colonna. È necessario anche discutere la necessità di predisporre misure di sicurezza adeguate al caso. Ogni contatto deve essere regolato secondo un modo prestabilito. Nel caso in cui salti un appuntamento ne deve essere fissato automaticamente un altro di recupero permanente. Questa norma può essere usata come misura di sicurezza, soprattutto qualora un rapporto non sia ancora completamente verificato. Si può saltare appositamente un appuntamento e mandare un compagno in perlustrazione nella zona. I luoghi degli appuntamenti vanno quindi precedentemente studiati e conosciuti nei minimi particolari. Ogni luogo deve avere le seguenti caratteristiche: essere controllabile e ammettere una eventuale ritirata verificata e predisposta.

Viaggiando evitare ogni occasione di litigio; guidare con estrema prudenza e totale rispetto del codice stradale. È necessario arrivare un po' in anticipo agli appuntamenti per poter perlustrare la zona e per evitare di essere visti con la propria macchina posteggiata tenendo appunto presente l'eventualità si una fuga. Ogni militante deve avere i suoi luoghi di appuntamento. Fa parte del suo lavoro. È necessario inoltre evitare di ripetere gli appuntamenti negli stessi luoghi o per lo meno variarli con una certa frequenza. Vanno evitati i parchi pubblici, luoghi molto affollati, vicino a banche o istituzioni militarizzate. È preferibile evitare i centri più militarizzati ed incontrarsi nell'hinterland. 

APPUNTI
1.Non si prendono se riguardano l'organizzazione e la sua vita: si memorizzano. 

2.Valgono per tutte le analisi generali, evitando di indicare nomi, luoghi, situazioni determinanti. 

3.Non dimenticarli, non portarli con sé in azione. 

4.prestarli solo in caso di reale necessità. 

5.Non vi devono figurare né indirizzi né tanto meno numeri telefonici.

DISCORSI
1.Evitare discussioni sulla vita dell'organizzazione -anche con compagni- fuori dalle sedi adatte. 

2.Nei luoghi pubblici, quando ci si trova tra compagni, si evitano pre o post riunioni: questo specie in vicinanza delle sedi. 

3.Partire dall'ipotesi che tutti i telefoni sono controllati e quindi limitarne l'uso a brevi comunicazioni.

MACCHINE: Anche la macchina è un bene che l'organizzazione dà in dotazione al compagno. Egli è dunque responsabile della sua manutenzione. I documenti della macchina vanno accuratamente controllati al momento della consegna per verificare eventuali imperfezioni. Essi vanno inoltre periodicamente controllati tenendo presenti le varie scadenze dei bolli, della patente. 

La macchina all'interno deve figurare ordinata. Non devono esserci accumulati giornali di ogni genere, volantini o cartacce. Ogni sera occorre togliere l'eventuale radio o mangianastri, o altro che possa attirare l'attenzione dei ladruncoli. La macchina non deve essere prestata a nessuno salvo casi effettivamente urgenti o eccezionali. 

Deve diventare abitudine di ogni compagno quella di guardare spesso lo specchietto retrovisore delle macchine. In particolare ogniqualvolta si rincasa o ci si reca in qualsiasi struttura dell'organizzazione occorre accertarsi di non essere seguiti. È bene prendere l'abitudine di compiere qualche giro vizioso appositamente studiato per verificare in modo sicuro di non essere pedinati 

1.Non posteggiarle nelle vicinanze delle sedi. 

2.In ogni caso la macchina, anche in azione, deve contenere solo il minimo indispensabile di attrezzi meccanici utili per il suo ed il nostro effettivo funzionamento. 


3.Partire dall'ipotesi che la macchina può essere perquisita o ispezionata in qualsiasi momento. 


4.Non sempre la macchina è il mezzo migliore di riparo. 


5.le macchine nuove non devono essere intestate ai compagni. 


6.Che bollo e patente siano sempre in regola e la macchina in perfetta efficienza. 


7.I compagno devono sempre sapere il nome del proprietario della macchina presa in prestito. 


CASE: «La casa è un bene dell'organizzazione che viene affidata in dotazione al militante: essa deve essere gestita secondo regole precise, inderogabili, uguali per tutti. Ogni casa deve essere frequentata esclusivamente dai militanti che ci abitano e conosciuta da un altro membro dell'organizzazione o della colonna precedentemente designato. Quest'ultimo dovrà recarsi nella casa solo per ragioni di particolare necessità. 

È ovvio, ma purtroppo necessario, ribadire che nessun altro (familiari, compagni legali e di brigata) deve conoscere né la casa di abitazione né la zona dove essa è ubicata. La tecnica di portare un compagno nella propria struttura con gli occhi bendati va rivista e usata solo in casi di assoluta emergenza. 

La strada deve prestarsi ad un facile controllo da parte del militante e a un controllo scoperto da parte del potere; cioè possibilmente non deve essere vicina a bar, luoghi pubblici di vario genere: negozi, istituti, magazzini. Quando un compagno prende possesso di una casa dell'organizzazione il suo primo compito è quello di costruirsi, nei dettagli anche minimi, come una figura sociale ben definita. Decide di presentarsi come operaio Fiat, o come professore, o come rappresentante. 

Il ruolo che ogni compagno si è assunto deve poi manifestarsi coerentemente nella sua vita di tutti i giorni. 

Se ad esempio si è assunto il ruolo di artigiano, bisognerà uscire di casa prima delle otto del mattino e non rientrarci fino alle 12.30, riuscire alle 14 e rientra e alle 19 o dopo. Ciò significa che ogni compagno si deve organizzare il proprio lavoro (appuntamenti, inchieste) secondo orari precisi 

Salvo casi eccezionali ogni militante deve rincasare entro mezzanotte. Se non è strettamente necessario, i pasti li consuma a casa. 

Va detto che il ruolo assunto da ogni compagno va studiato attentamente per poter giustificare l'eventuale irregolarità del proprio comportamento. Per principio ogni militante deve presentarsi con aria rassicurante e gentile con i vicini di casa, ma è assolutamente necessaria una stretta riservatezza. 

1.Non tenere in casa nulla dell'organizzazione e dei compagni: il materiale deve essere consegnato a Z (è il responsabile dei collegamenti della singola colonna) per la centralizzazione. 

2.Partire dall'ipotesi che la casa può essere perquisita e ispezionata in ogni momento. In caso di perquisizione chiedere prima di avvertire il proprio legale, che ha il diritto di assistervi. 


3.Come nei luoghi pubblici, non assumere atteggiamenti provocatori e di disturbo. 


4.Per chi trasloca, scegliere stabili con citofono, onde evitare costi inutili di portierato. 

PERSONA: Ogni compagno deve essere decorosamente vestito ed in ordine nella persona: barba fatta, capelli tagliati. È bene girare con non più di due documenti e cioè la patente e una carta d'identità non legata ad alcunché. Bisogna avere con se solo il materiale strettamente necessario al lavoro che si sta conducendo. Ogni militate dovrà portare la propria arma addosso. 

In caso di arresto, subito si declinano le generalità del documento di cui si è in possesso. Solo davanti al magistrato si declinano le proprie generalità. Ogni militante deve rifiutarsi di rispondere a qualsiasi tipo di domanda. La rivendicazione della propria identità politica è un fatto successivo che possibilmente verrà concordato con l'organizzazione. 

Nei riconoscimenti, se si viene arrestati, è bene riuscire a scambiarsi di posto con qualunque carabiniere accanto, poiché spesso il riconoscimento è già prestabilito.

In ogni ora il nemico può individuare una base, ad ogni appuntamento il compagno può essere pedinato, il colpo può arrivare in qualsiasi momento, tutta la notte e per tutto il giorno. In caso di arresto, negare sempre. L'esperienza dimostra che il nemico difficilmente è in grado di colpire mentre entriamo in azione, mentre più frequentemente sferra gli attacchi infilandosi nella smagliatura dell'organizzazione.

Nei rapporti con i familiari vanno tenuti presenti i tempi politici del lavoro dell'organizzazione. Prima e dopo le azioni, grosse o piccole che siano, non si possono avere rapporti. Quando la repressione colpisce le zone legali occorre tenersi nel modo più assoluto lontani. Bisogna avere cura di costruire alibi resistenti ai legali, qualora si trascorra con essi un periodo di tempo.

Per lavoro clandestino intendiamo il consolidamento di una base materiale economica, militare e logistica che garantisca una piena autonomia alla nostra organizzazione e costituisca un retroterra strategico al lavoro tra le masse.

È molto importante per l'organizzazione riuscire a non farsi fotografare o tanto meno riprendere in TV. Spesso questi fatti hanno causato la caduta di strutture dell'organizzazione. 

1.Portare sempre con sé un documento di riconoscimento che deve essere esibito su richiesta. In caso di rifiuto si viene accompagnati in questura per rilievi segnaletici. 

2.Controllare la scadenza del passaporto e tenerlo aggiornato. Chi non lo avesse lo faccia subito. 


3.I compagni con precedenti penali possono controllare la loro posizione mediante richiesta dei certificati penali.


4.Il taccuino dei numeri di telefono e dei nomi dei compagni deve essere abolito: i numeri corrispondenti si trovano sull'elenco telefonico, quelli di uso corrente si imparano a memoria; quelli che non appaiono sulla giuda e che non si memorizzano, si cifrano personalmente e si scrivono su un foglietto. 


5.Le agende degli appuntamenti sono ammesse purché i fogli degli appuntamenti scaduti siano distrutti; si consiglia l'uso di schede settimanali. 


6.Gli indirizzi dell'organizzazione devono essere consegnati a Z per la centralizzazione. 


7.Partire dall'ipotesi che l'abito non fa il monaco. 

LEGAMI DI PARENTELA E AMICIZIA: I rapporti con la legalità sono il punto più debole di tutto il nostro lavoro. L'accerchiamento periferico avviene infatti a partire da quelle zone legali che si sospetta siano in contatto con l'organizzazione: mogli, famiglie, avanguardie politiche che si espongono. Dobbiamo dare per scontato che a partire da questi punti in nemico cercherà di giungere ai compagni clandestini. È necessario dunque regolamentare questi rapporti nella maniera più rigida. 

1.Verso il mondo esterno bisogna acquisire una dimensione di "autonomia" ponendo una barriera tra sé e gli altri. 

2.Liquidare il proprio passato pericoloso. 

RAPPORTI CON COMPAGNI ESTERNI ALL'ORGANIZZAZIONE: Per nessun motivo i compagni delle forze regolari devono frequentare le case dei compagni irregolari o di militanti non completamente esterni all'organizzazione. Con tali compagni la discussione riguarda esclusivamente le analisi generali e la strategia. Non si deve fare assolutamente alcun riferimento all'organizzazione. 

VIGILANZA
1.Ogni compagno deve essere in grado di cogliere, valutare e verificare (nei pressi dell'abitazione, della sede o quando è in auto) tutte le situazioni anomale (spie, piantoni, macchine sospette, ecc) e deve indicare tutti i dati possibili a Z. I sospetti devono essere verificati onde evitare tensioni allarmistiche inutili; questo vale anche per notizie eventuali di fermi ecc. di altri compagni, perquisizioni di case o sedi e arrivo di fascisti. 

2.Queste note non basta averle in tasca o in testa: si devono assimilare e metere in pratica si da ora. Poi si distruggono. 

OGNI LEGGEREZZA E' L'INIZIO DI UN TRADIMENTO. ANCHE SENZA VOLERLO POSSIAMO COMPORTARCI DA SPIE E DA DELATORI. IL IL RISULTATO NON CAMBIA: LA SI PAGHERA' CARA. 

Fonte www.bibliotecamarxista.org

Documenti storici Brigate Rosse - Risoluzione della Direzione Strategica N. 2 -

Risoluzione della Direzione Strategica N. 2

"Ciò che per Lenin era il partito bolscevico è, oggi, nelle condizioni create dalle organizzazioni multinazionali del capitale, della struttura internazionale della repressione imperialista all’interno e all’estero, l'organizzazione del CONTROPOTERE PROLETARIO CHE NASCE DALLA GUERRIGLIA.
In questo processo nazionale e internazionale esso si evolve e consolida sino a diventare PARTITO RIVOLUZIONARIO."

R A F


[...]

L’IMPOSTAZIONE OFFENSIVA

Il problema della guerra, dell’attualità della lotta armata intesa come risvolto proletario alla crisi dell’imperialismo e del regime, non è un problema di difesa degli spazi politici minacciati, di difesa della “democrazia”.

[...]

Proprio quest'impostazione richiede il rispetto di tre principi che sono anche dei vantaggi pratici: l’ALTA MOBILITA’, l'AGILITÀ’ DELLE STRUTTURE, la CLANDESTINTA’ COME MODULO ORGANIZZATIVO.


L’ALTA MOBILITA’ va intesa come capacità di mutare continuamente i punti e i fronti d'attacco, in modo da rompere in continuazione l’accerchiamento, non fornire bersagli fissi e obbligare il nemico di classe ad una perenne rincorsa. E vuol dire anche portare attacchi rapidi e continuati, pungere con lo spillo dell’azione guerrigliera il sistema nervoso della borghesia.

L’AGILITA’ delle strutture vuol dire invece che in questa fase della guerra, non bisogna subire il condizionamento delle strutture organizzative pesanti o, per lo meno, che questo condizionamento deve, essere ridotto all’essenziale. E' una legge della guerra di classe nelle metropoli.
Non dobbiamo avere il feticcio delle strutture. Esse sono strumenti che in condizioni d'insicurezza vanno abbandonati, non difesi.

Nella società metropolitana tutto si compra. L’unico problema è il denaro e le conoscenze tecniche per trasformare il denaro in strumentazione rivoluzionaria. Dunque è importante avere una grande capacità di esproprio e un elevato livello di conoscenze tecnico—militari in ogni guerrigliero.

Questo è l’essenziale. Non, possiamo disporre di ”santuari” in cui istallare strutture pesanti, e fino a che non ne avremo non dovremo nemmeno costruirle.

LA CLANDESTINITA’

La questione della clandestinità si è posta nei suoi termini reali solo dopo il 2 maggio 1972. Fino ad allora, impigliati come eravamo, in una situazione di semilegalità, essa era intesa più nei suoi aspetti tattici o difensivi che nella sua portata strategica.

[...]


Nella nostra esperienza si sono date sin dall’inizio due condizioni di militanza clandestina.
La prima condizione è proprio quella di quei compagni che PER SCELTA VOLONTARIA hanno rotto ogni legame con la legalità, con la famiglia, con il lavoro salariato e hanno messo tutte loro energie al servizio della guerra rivoluzionaria. Si tratta dei nuovi rivoluzionari di professione. Questa scelta di clandestinità assoluta, per quanto riguarda la nostra Organizzazione, non coincide con la latitanza imposta dal potere a quei militanti rivoluzionari identificati come responsabili d'iniziative di combattimento e che quindi, se vogliono sfuggire alla galera devono far perdere le loro tracce. La latitanza esprime un rapporto difensivo rispetto al potere. La scelta della clandestinità è al contrario una scelta offensiva.

Inoltre l’Organizzazione indica chi, tra i suoi militanti, deve entrare a far parte del suo apparato assolutamente clandestino. E i criteri che stanno alla base delle sue scelte sono esclusivamente criteri politico-militari, e cioè di maturità ed esperienza del militante candidato.
Ciò non toglie che tutti i militanti dell‘Organizzazione devono avere una disponibilità soggettiva a fare le scelte che l'Organizzazione richiederà loro. Non vi è necessariamente un rapporto gerarchico tra le varie condizioni di clandestinità, ma nel loro insieme le FORZE REGOLARI sono composte da compagni al più alto livello di esperienza che l'Organizzazione disponga.

La seconda condizione di clandestinità è apparentemente meno drastica, ma è solo un'apparenza.
In questo caso il militante conserva la sua identità anagrafica ed il suo ruolo produttivo nella società, rimane nel "movimento" anche fisicamente e dunque appare e si muove all'interno delle forme politiche che il movimento di classe assume alla luce del sole.
Questo secondo tipo di militanza clandestina, da un punto di vista politico è alla base della costruzione dell'articolazione del potere proletario; da un punto di vista militare è a fondamento dello sviluppo delle milizie operaie e popolari.

LA COMPARTIMENTAZIONE

La compartimentazione è una legge generale della guerra rivoluzionaria nelle metropoli. Ed è uno dei principi fondamentali di sicurezza della nostra Organizzazione. La nostra esperienza ha dimostrato abbondantemente che chi trascura questa legge e non l'applica con assoluto rigore è destinato inevitabilmente alla sconfitta ed alla distruzione.

[...]


Quando, per un motivo qualsiasi, la compartimentazione tra strutture "salta", dobbiamo rinnovarle immediatamente.


Marighella: "Dobbiamo evitare che ognuno conosca gli altri e che tutti conoscano tutto, ognuno deve sapere solo ciò che riguarda il suo lavoro”.


Che: “Nessuno, assolutamente nessuno, deve sapere in condizioni di clandestinità, altro che lo strettamente indispensabile, e non si deve mai parlare davanti a nessuno”.

[...]

IL RECLUTAMENTO

Sono le FORZE IRREGOLARI che provvedono al reclutamento di nuovi compagni combattenti. Esse devono dunque svolgere una doppia funzione, d'educazione politico-militare e di filtro, estremamente difficile e pericoloso. Il loro lavoro poi è reso ancora più complesso dal fatto che, a misura in cui la guerriglia cresce il suo prestigio in mezzo al popolo, molti compagni sono disposti a contribuire in mille forme al suo sviluppo anche senza entrare necessariamente negli organismi di combattimento e fare dunque la scelta della clandestinità.

E’ perfettamente logico che esistano diversi livelli d'impegno e diverse possibilità di collaborazione. Ciò non significa fornire gli alibi agli opportunisti, ma sfruttare al massimo tutte le diverse forme d'appoggio disponibili.


Ciò detto, è bene fissare alcuni principi fondamentali:

- Nell’Organizzazione si entra solo dal “basso", qualunque sia la storia del militante candidato. Ciò si rende necessario non solo per questioni di sicurezza e di verifica, ma anche in positivo. Lo "stile di lavoro" della nostra Organizzazione, infatti, ha proprie particolarità e non può essere appreso al di fuori di una pratica di militanza che parte dai lavori apparentemente meno importanti.

- Il giudizio che ogni brigata, in modo collegiale, deve dare prima di proporre un nuovo compagno all’organizzazione deve essere politico, militare e di sicurezza.


POLITICO: vuoi dire che si entra nell’organizzazione a misura in cui se ne conoscono e condividono la linea strategica, il programma politico ed i principi d'organizzazione.

MILITARE: vuol dire che si entra nell’Organizzazione DOPO aver dato prova della propria totale disponibilità alla lotta armata.

SICUREZZA: vuol dire che i nuovi militanti devono essere verificati sull'applicazione delle norme di sicurezza e di comportamento; vuol dire che non devono sussistere zone d’ombra sul loro passato sin dall’origine della loro militanza politica.

FORZE REGOLARI E FORZE IRREGOLARI

Alle due condizioni di clandestinità corrispondono due tipi di forze: le FORZE REGOLARI e le FORZE IRREGOLARI. Entrambe sono essenziali per la nostra esistenza, ma giocano un ruolo diverso.

Le FR sono composte dai quadri più maturi e di maggior esperienza che la lotta armata ha prodotto. Esse sono completamente clandestine e i militanti che le compongono hanno tagliato ogni genere di legame con la legalità.

La nostra esperienza dimostra che senza forze regolari è impossibile creare e edificare basi rivoluzionarie stabili, come le colonne ed i fronti. Le FR hanno dunque un carattere strategico e i loro compiti fondamentali sono definiti dalle esigenze di sopravvivenza e di sviluppo dell'organizzazione delle colonne e dei fronti.


Tra le FR si esercita un controllo reciproco e sistematicamente viene esercitata la pratica della critica e dell’autocritica in organismi collegiali. Collegiali sono anche tutti i centri di direzione. Come dicono i Tupamaros: "Non ci sono vacche sacre. I rischi e le privazioni sono uguali per tutti. I dirigenti devono prendere parte alle azioni. Non vogliamo teorici puri".

I lavori manuali sono distribuiti tra tutti i compagni e si deve fare ogni sforzo al fine di omogeneizzare il livello ideologico. Lo stile di vita d'ogni compagno regolare è improntato alla massima semplicità e austerità.


Le FORZE REGOLARI sono organizzate in brigate.
Anche le FORZE IRREGOLARI hanno un carattere strategico, ma i militanti di queste forze vivono nella legalità. La loro è una clandestinità di organizzazione ma non personale. E’ questa loro collocazione che impone dei limiti alla loro iniziativa e sono questi limiti "oggettivi" che definiscono la differenza con le FR.

Gli operai-partigiani delle FI svolgono però una funzione tanto più decisiva quanto più lo scontro civile è sviluppato. Essi hanno due compiti fondamentali: conquistare all’Organizzazione il più ampio sostegno popolare; costruire gli organismi combattenti di movimento e cioè le articolazioni del potere operaio nella fase attuale.

Dal punto di vista politico non vi è differenza tra i combattenti delle FR e i combattenti delle FI. Entrambi concorrono con parità di diritti e di doveri a far vivere la linea politica generale dell’Organizzazione. Per questo, anche i combattenti delle FI possono essere chiamati a far parte della Direzione Strategica.

[...]

I FRONTI DI COMBATTIMENTO.

[..]

Essi tagliano e percorrono l’Organizzazione verticalmente. Pertanto sono i canali più idonei ad assolvere il compito della centralizzazione del dibattito politico.


I fronti di combattimento in questa fase sono quattro: LOGISTICO; GRANDI FABBRICHE; CONTRORIVOLUZIONE; CARCERI e ANTIGUERRIGLIA.

[...]

LE COLONNE

La nostra scelta di sviluppo dell’Organizzazione per poli, implica da un punto di vista organizzativo un analogo processo di crescita per Colonne.

Esse realizzano uno “sdoppiamento progressivo" dell’Organizzazione. La colonna è dunque un'unità organizzativa globale che riflette, sintetizza e media al suo interno tanto la complessità del polo e delle sue tensioni, che la complessità dell’Organizzazione, la sua impostazione strategica, la sua linea politica.

Dicendo che le colonne sono unità politico militari globali, intendiamo dire che esse devono essere in grado di operare su tutti i fronti all’interno del loro territorio.


Da un punto di vista politico esse si centralizzano attraverso la Direzione Strategica ed i Fronti.

Da un punto di vista militare esse sono autosufficienti e perciò si danno come obiettivi massimi di scontro quello che sono in grado di realizzare autonomamente.

Da un punto di vista organizzativo esse sono indipendenti e compartimentate tra loro. E cioè contano su un proprio apparato logistico in grado di risolvere TUTTI i problemi. Per nessun motivo una colonna deve appoggiarsi su un’altra per la realizzazione dei servizi.

Piuttosto che rompere la compartimentazione o infrangere questo principio è meglio assumere tempi di crescita più lunghi.
Tutte le colonne devono muoversi secondo il principio “contare sulle proprie forze".
La creazione di nuove colonne nello stesso polo o in altri poli, deve sempre avvenire per partenogenesi, ovvero per sdoppiamento progressivo dell'Organizzazione. E cioè i quadri che hanno realizzato un’esperienza complessiva di combattimento e d'organizzazione in una colonna, si dividono e danno origine, unendosi a nuove forze irregolari, ad altre Colonne.
E’ tradizione del movimento rivoluzionario intitolare le sue organizzazioni combattenti agli eroi che con il loro sangue hanno indicato alle masse proletarie quale prezzo ognuno deve essere disposto a pagare per la libertà di tutti, per una società come noi la vogliamo: comunista.

.Questa deve essere anche la nostra tradizione. Così intitoleremo la colonna di Torino alla compagna Margherita Cagol. Da oggi dunque la colonna torinese si chiamerà: “Colonna Margherita Cagol 'Mara'(Torino)".

[...]

LA DIREZIONE STRATEGICA

E’ la massima autorità della nostra Organizzazione.

Essa raccoglie e rappresenta tutte le tensioni e le energie rivoluzionarie maturate nei fronti, nelle colonne e nelle forze irregolari.

Sono gli organi di direzione collegiali delle colonne e dei fronti che eleggono i membri della DS, ma il Comitato Esecutivo può porre il veto su eventuali nomine quando esistano motivi di sicurezza che lo impongano. Le motivazioni d'eventuali esclusioni dovranno, comunque essere rese pubbliche durante l’assemblea. E l’assemblea ha il potere di decidere.

I membri della DS rimangono in carica da una sessione all’altra e possono essere riconfermati o non riconfermati.


Sta al consiglio della DS formulare gli orientamenti generali e di linea politica dell’organizzazione. Gli sono riconosciuti da tutti i membri dell’Organizzazione i seguenti diritti:

- il diritto di emanare leggi e regolamenti rivoluzionari;
- il diritto di applicare correzioni disciplinari nei confronti di quei membri dell’organizzazione che abbiano tenuto un comportamento scorretto o controrivoluzionario;
- il diritto di formulazione, approvazione e revisione del bilancio;
- il diritto ed il potere di modificare le strutture dell’Organizzazione;
il diritto di nominare i membri del Comitato Esecutivo e di chiedere ragione del loro operato.
Il Consiglio potrà essere riunito normalmente due volte l’anno e straordinariamente quando ciò sia richiesto almeno da una Colonna, da un Fronte o dal Comitato Esecutivo.

IL COMITATO ESECUTIVO

Al Comitato Esecutivo spetta il compito di dirigere e coordinare l’attività delle colonne e dei fronti tra un Consiglio e l’altro. 

Esso risponde del suo operato direttamente ed esclusivamente al Consiglio e da questo viene nominato e può essere revocato.

Nel CE devono essere rappresentati i Fronti e le Colonne in modo da consentire un’efficace centralizzazione dell’informazione e una rapida esecuzione delle direttive. Tutte le azioni militari di carattere generale devono essere approvate dal CE.

Tutte le azioni d'esproprio devono essere approvate dal CE.

Per decisioni particolarmente importanti che impegnano l'Organizzazione il CE dovrà consultarsi con i vari membri della DS.


Il CE potrà applicare quelle sanzioni che riterrà più idonee a garantire la disciplina rivoluzionaria.
Al CE spetta la responsabilità dell’amministrazione e del patrimonio dell‘Organizzazione.
Spetta anche al CE la responsabilità politica della stampa d’Organizzazione e dell’emissione di comunicati politici generali.
I membri del CE non devono avere rapporti politici con l’esterno dell‘Organizzazione.

Non devono svolgere azione di reclutamento.

Devono restringere all’indispensabile e tendenzialmente eliminare anche i rapporti con le FI.

Essi partecipano, come tutti gli altri membri dell’Organizzazione, alle azioni militari, d'esproprio e ai lavori manuali.

Fonte www.bibliotecamarxista.org

sabato 12 dicembre 2015

Le origini del terrorismo in Italia - seconda parte -

Le origini del terrorismo in Italia - seconda parte -

"Piazza Fontana, Pinelli, poliziotti che sparano, compagni in galera, Della Torre e tanti altri licenziati, squadracce fasciste protette dalla polizia, giudici-politicanti-governanti, servi dei padroni...
Questi sono gli strumenti della violenza che i padroni riversano contro la classe operaia per spremerla sempre di più. Chiederci di lottare rispettando le leggi dei padroni è come chiederci di tagliarci i coglioni!"


5 Febbraio 1971, Volantino "Brigata Rossa" 

I movimenti estremisti

In Italia, dopo Piazza Fontana, si moltiplicarono movimenti e gruppi rivoluzionari e apertamente anti-sistema. Farne un elenco -- seppur sommario -- qui è impresa improponibile. Si può dire che all'epoca erano più numerosi ed avevano maggior seguito quelli della estrema sinistra extra-parlamentare. Non meno agguerriti però furono quelli di estrema destra.

La strage di Piazza Fontana fu subito vista dai movimenti di sinistra come una "strage di stato"; le prime -- discutibili e dilettantesche -- indagini puntarono fin da subito ad una "pista anarchica"; indagini inoltre macchiate dal seguente non meglio chiarito "suicidio" di Giuseppe Pinelli nella questura di Milano. Questo fatto non fece altro che aumentare tensioni e dubbi. Il processo, che non arrivò mai ad individuare i colpevoli, fece comunque luce sugli ambienti poco trasparenti dei servizi segreti e la loro vicinanza ad ambienti di destra eversiva. 

Personaggi come gli informatori del SID Giannettini, Serpieri e i terroristi di estrema destra Freda e Ventura furono al centro di polemiche roventi che videro qualche barlume di chiarezza solo nel processo di Catanzaro (il processo venne spostato da Roma a Milano e poi a Catanzaro) del 1977. Nei primi anni 70 il ricorso alla lotta armata -- prima solo accennata come possibilità del tutto teorica e lontana -- divenne, per molti militanti, una scelta -- dal loro punto di vista -- obbligata. I sindacati -- di ogni sigla e colore -- furono i primi ad essere travolti da questa ondata di ribellione contro ogni forma istituzionale che derivasse direttamente o indirettamente dall'autorità statale; nelle fabbriche i sindacalisti vennero boicottati e gruppi autonomi di studenti ed operai decisero una propria scelta di lotta senza passare dalla rappresentanza sindacale. Va anche ricordato che il 22 luglio 1970 ci fu il deragliamento del treno Palermo - Torino (il treno del sole) causato da una esplosione nei binari all'altezza della stazione di Gioia Tauro; 6 morti e 66 feriti. La strage di Gioia Tauro fu subito associata politicamente alla rivolta che si stava svolgendo a Reggio Calabria. Rivolta che prese le mosse dalla scelta dello stato di nominare come capoluogo di regione Catanzaro, decisione non priva di aspetti politici e ricadute economiche.

E' in questo periodo che -- nella sinistra extra-parlamentare -- si fa strada e prende corpo la teoria della "resistenza tradita", e cioè quella teoria che postula un tradimento dei valori nati durante la resistenza e successivamente non applicati nella nuova società italiana nata dopo la guerra al nazi-fascismo. L'artefice e il più importante divulgatore di questa dottrina fu certamente Giangiacomo Feltrinelli, uscito prima dal PSI e poi dal PCI per formare i GAP (Gruppi d'Azione Partigiana). Nel 1949 aprì una biblioteca dal nome  "Biblioteca Giangiacomo Feltrinelli"; questa biblioteca diventerà presto un centro studi sui movimenti operai e servì anche per propagandare idee rivoluzionarie. Pochi anni dopo, nel 1954 a Milano, l'esperienza culturale della fondazione si sviluppo in quella che poi divenne una delle più importanti case editrici italiane: "LaFeltrinelli".


["La notte della repubblica" Sergio Zavoli]

Strategia della tensione o incoscienza criminale?

Si parla spesso di "strategia della tensione" come di un progetto atto a disseminare paura e insicurezza nei cittadini tramite attentati e stragi al fine di provocare uno slittamento delle politiche di governo in senso autoritario se non addirittura favorire un colpo di stato. Questa teoria non trovò mai un riscontro penale anche se approfondimenti giornalistici e pezzi di inchieste giudiziarie fecero un po' di luce su ambienti poco chiari dei reparti militari e dei servizi segreti. Se non si può parlare di "strategia della tensione" come di un fatto giuridicamente e storicamente incontrovertibile è invece definitivamente provato il "depistaggio" continuato del SID e la vicinanza di alcuni suoi esponenti ad ambienti della destra eversiva.

A titolo di esempio e proprio al fine di evitare di parlare dei depistaggi come di un qualcosa di aleatorio o peggio di natura "complottista", porto uno stralcio del processo di Catanzaro in cui si discute del segreto politico militare in Italia. Si sa che le prime indagini sulla strage di Piazza Fontana vennero depistate; il fatto che qui tratto (non il solo venuto a galla in questo ed in altri processi) riguarda una serie di informative del SID che presagivano una possibile attività della destra eversiva per fermare "l'avanzata delle sinistre" in parlamento e fuori, ed una in special modo in cui -- tramite l'informatore dei servizi segreti Stefano Serpieri -- si faceva espressamente richiamo ad ambienti di estrema destra romana per le bombe esplose in quel 12 dicembre 1969 a Roma. Un nome che venne fuori fu quello di Mario Merlino, definito "anarchico", seppur il SID fosse già a conoscenza del fatto che fosse un militante fascista infiltrato negli ambienti anarchici romani. Al contrario venne battuta subito la pista anarchica, infruttuosamente, che portò, tra le altre cose, alla morte oscura di Pinelli nella questura di Milano.

Questo specifico caso riguarda due note del SID compilate dal confidente Serpieri il 16 e il 17 dicembre (quindi subito dopo la strage); in queste note si fece il nome di Mario Merlino, presunto esecutore materiale degli attentati, ordinato -- secondo la nota -- da Stefano Delle Chiane e due altri terroristi neo-fascisti stranieri. In una successiva comunicazione dei servizi segreti si "consiglia" di non portare all'attenzione degli inquirenti queste notizie; la stessa risposta la darà più tardi il capo dei servizi segreti Eugenio Henke al magistrato inquirente, tacendo ancora la scoperta della "copertura" anarchica dei neo-fascisti operanti in Italia. Le titubanze, i tentennamenti, i "dico non dico", insomma le arrampicate sugli specchi sono una conferma delle fortissime coperture che certe sfere continuarono ad avere anche durante il processo.

Ripeto: questo non è né il solo né il più grave episodio di depistaggio ma almeno un riscontro provato a livello giuridico penale lo devo mettere per dimostrare il nesso -- almeno in forma dubitativa -- tra i servizi segreti deviati e la teoria della "strategia della tensione". Questo nesso di per sé non prova nulla; di contro si può affermare senza ombra di dubbio (perché provando il singolo caso si prova il quadro generale) che non solo alcune componenti del SID nascondevano informazioni importanti alla magistratura ma lo facevano per favorire i gruppi della destra eversiva con la quale era in stretto rapporto.

(Consiglio di non focalizzarsi tanto sulla trama, per altro molto oscura, ma sulle risposte omissive e omertose dei militari e tutori dell'ordine. Comunque sia per una minima comprensibilità del testo:
Stefano Serpieri, informatore del SID infiltrato negli ambienti anarchici romani
Guido Giannettini, informatore del SID vicino al gruppo veneto della destra eversiva
Franco Freda, militante del gruppo veneto di estrema destra
Marco Ventura, militante del gruppo veneto di estrema destra
Mario Merlino, militante fascista infiltrato negli ambienti anarchici romani
Stefano Delle Chiaie, fondatore Avanguardia Nazionale
Eugenio Henken, capo del SID che nascose le informazioni sulla pista nera)


["Il processo di Catanzaro, 1977" Paolo Mieli ]

["Il processo di Catanzaro, 1977" Paolo Mieli ]

Tanto tuonò che piovve

In Italia dopo le due stragi di Milano e Gioia Tauro gli scontri di piazza tra manifestanti e polizia si fecero sempre più agguerriti e comparvero le prime armi; anche tra gli opposti gruppi estremisti si passò alle vie di fatto. In questo periodo si possono individuare tre campi in cui si fronteggiano le rivendicazioni sociali. Un primo livello è quello istituzionale: DC, PCI e gli altri partiti nazionali, insieme ai sindacati e associazioni politiche di base. Il secondo livello: quello dei gruppi extra-parlamentari, di destra, di sinistra e anarchici, artefici di una lotta spesso violenta tra di loro e contro lo stato ma che non va oltre la violenza di "strada" e di puro conflitto sociale. La terza, quella più oscura e inquietante: gruppi di ispirazione rivoluzionaria e insurrezionale di estrema sinistra e quella eversiva di estrema destra. Il terzo livello di scontro portò i gruppi rivoluzionari o eversivi ad armarsi e ad organizzarsi per il rovesciamento dell'ordine sociale.

Il livello politico istituzionale -- per lo meno quello "visibile" -- rimase nella dialettica aspra ma democratica. Comunque cercò in ogni modo di tracciare un confine netto e soprattutto riscontrabile dall'opinione pubblica nei confronti sia dei movimenti estremi ma comunque non sovversivi sia ovviamente anche nei confronti di quelli che -- a partire dagli anni 70 -- propugnarono esplicitamente la lotta armata contro il nemico politico e lo stato. E' di tutta evidenza che i "confini" tra i livelli -- alcune volte -- potevano essere passati da personalità ambigue o doppiogiochiste; inoltre il clima difficile di quei tempi induceva molti militanti o simpatizzanti non apertamente anti-sistema a "giocare" pericolosamente su più livelli.

Prima dell'avvento conclamato dei gruppi armati, nell'area della sinistra extra-parlamentare si formarono due anime: quella più operaista fedele all'ortodossia marxista-leninista, come Potere Operaio e Avanguardia Operaia, che postulava un ruolo predominante della classe operaia; quella di stampo maoista, diffusa soprattutto nelle università come Lotta Continua, che prediligeva la rivoluzione di stampo culturale che abbracciasse tutte le classi in lotta. 


["Anni di piombo - Arcipelago rosso" Andrea Vianello ]

Anche nella destra eversiva ci furono due grosse ramificazioni: Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo di natura spiccatamente anti-comunista e che vedeva come principali nemici i gruppi di sinistra, sia parlamentare che estrema, e per questo cercava sponde negli ambienti militari e dei servizi segreti; quella prettamente di natura eversiva, spontaneista, dei NAR -- gruppo formato molto più tardi nel 77 -- che avevano come obiettivo principale l'abbattimento con ogni mezzo dello stato ed in subordine la lotta armata contro i gruppi di estrema sinistra. Queste differenze dottrinarie però erano spesso sconosciute ai militanti ed erano utilizzate più dai "quadri" delle organizzazioni estremiste in una guerra simulata per l'egemonia culturale della propria aria di riferimento.


["Anni di piombo - Arcipelago nero" Andrea Vianello ]

Il 1970 fu anche l'anno del "Golpe Borghese", il presunto tentativo di colpo di stato ordito da Junio Valerio Borghese, ex capo della X MAS, aderente alla Repubblica Sociale Italiana, fondatore del Fronte Nazionale di ispirazione ultra-nazionalista e neo-fascista. Il colpo di stato fu annullato all'ultimo momento proprio da Valerio Borghese.


["La notte della repubblica" Sergio Zavoli]

Se sia stato un tentativo grottesco o inquietante o ancora preparatorio per altri atti eversivi non si è riuscito a sapere. Di sicuro questa saldatura tra ambienti militari, provenienti dal fascismo storico, e il nuovo fascismo -- meno "istituzionale", molto revanscista -- fatto da una galassia di gruppi di estrema destra eversiva, gettò il paese in una sorta di inquietudine continuata. I cittadini comuni cercarono di rispondere dando più potere -- tramite il voto -- ai partiti istituzionali (democristiani, liberali, socialisti o comunisti che fossero). Nella estrema sinistra extra-parlamentare invece presero forma i primi gruppi rivoluzionari e insurrezionalisti che "maneggiarono" pistole e fucili; i più importanti: Prima Linea e il gruppo genovese XXII Ottobre.

I focolai più roventi divamparono nelle tre città del nord del così detto "triangolo industriale", Milano, Genova e Torino. A Milano si consolidò il CPM (Collettivo Politico Metropolitano) fondato l'8 settembre 1969 da Renato Curcio e Mara Cagol, appena laureati all'università di sociologia di Trento voluta e creata dalla classe dirigente della DC, comprendente studenti e gruppi di operai organizzati provenienti dalla Sit-Siemens e dalla Pirelli. Questa organizzazione -- che unì l'egalitarismo sociale alla dottrina rivoluzionaria marxista-leninista -- ebbe poco successo ma fu di enorme importanza storica perché, quando si dissolse, parte dei militanti e leader confluirono in Sinistra Proletaria, altri diedero vita al primo "nucleo storico" delle brigate rosse, che all'inizio si chiameranno "Brigata Rossa".

All'interno delle fabbriche lo scollamento tra i gruppi autonomi estremisti e i sindacati fu enorme. Se prima ci fu una parvenza di dialogo -- anche con i partiti istituzionali come riferimento "terzo" tra le due parti in "lotta" -- subito dopo subentrò un vero e proprio odio se non, come si nota dal volantino di Sinistra Proletaria fatto circolare alla Sit-Siemens di Milano, indifferenza.

"A noi non interessa parlar male del sindacato, né accusare gratuitamente qualcuno di essere venduto al padrone. Il sindacato non è venduto, soltanto ha scelto, insieme ai cosiddetti partiti dei lavoratori, la strada delle riforme, cioè la strada dell'accordo complessivo e definitivo con i padroni."

Sinistra Proletaria, luglio 1970


In pratica i lavoratori all'interno delle fabbriche e stabilimenti del nord si trovarono di fronte ad un bivio.

Le origini del terrorismo in Italia - prima parte -

domenica 6 dicembre 2015

Le origini del terrorismo in Italia - prima parte -

Le origini del terrorismo in Italia - prima parte -

Raskòlnikov sorrise di nuovo. Aveva capito subito come
stavano le cose e dove volevano portarlo; e ricordava il suo
articolo. Decise di accettare la sfida.
«Quel che dice il mio articolo non è precisamente questo,»
prese a dire in tono semplice e modesto. «D'altronde, riconosco
che ne avete esposto il contenuto quasi fedelmente e perfino, se
volete, del tutto fedelmente...» era come se gli facesse piacere
ammettere quest'ultima possibilità. «L'unica differenza è che io
non sostengo affatto che gli uomini straordinari debbano
necessariamente o siano costretti a compiere iniquità d'ogni
specie, come voi dite. Fra l'altro, credo che un articolo del
genere non l'avrebbero nemmeno lasciato pubblicare. Io ho
semplicemente formulato l'ipotesi che un uomo "straordinario" 
abbia il diritto... non un diritto ufficiale, beninteso... di
permettere alla propria coscienza di scavalcare certi... certi
ostacoli, e ciò esclusivamente nel caso in cui l'esecuzione di un
suo progetto (talvolta, magari, salutare per l'intera umanità) lo
richieda.»

"Delitto e castigo" Fëdor Dostoevskij 1866 Russia



["Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" Elio Petri 1970 Italia]


Gli anni di piombo

Cominciamo con lo sfatare un mito. E cioè che la strage di piazza Fontana sia stato l'evento che inaugurò quello che -- per prassi giornalistica e storica -- viene definito il periodo della così detta "strategia della tensione". La realtà sociale del nostro paese era già scossa da avvenimenti di altissima tensione sociale, di scontri di piazza e contrapposizione politica fin dai primi anni 60. Se non fu un evento isolato in mezzo ad una pacifica convivenza sociale, fu di certo il più grave ed il più efferato episodio criminale in Italia dal dopoguerra al 1969. Ed è per questo che da un punto di vista simbolico viene visto come l'evento emblematico e "premonitore" di sventure.

Gli anni 60 furono un periodo di clamorosa trasformazione sociale ed economica sia in Europa che in Italia. Soprattutto in Italia. Non bisogna pensare che, con la fine della seconda guerra mondiale e di conseguenza del regime fascista, si sviluppò fin da subito nella nostra società una realtà civile come la conosciamo oggi; insomma, non ci fu un "prima e un dopo" facilmente individuabile e ristretto nel tempo. Molte delle persone che svolgevano ruoli importanti (ma non solo) nella classe dirigente, nei tribunali, nelle scuole, avevano vissuto, studiato e si erano formate culturalmente durante il regime Mussoliniano. Non era -- e non poteva essere -- una questione solo di "giustizia penale" come l'amnistia Togliatti rese subito palese; il fascismo era durato troppo a lungo ed ebbe troppo seguito per poter voltare pagina in poco tempo. A complicare le cose (ma in senso inverso a rendere un po' meno lento il passaggio) ci fu la repentina trasformazione di un paese completamente agricolo verso una società basata su un nuovo capitalismo industriale, specialmente al nord. Il fascismo che crebbe e si consolidò in una nazione agraria, ritrovò nelle grandi città industrializzate e nella nuova società consumistica nemici insuperabili.


Ovviamente questa trasformazione non avvenne indolore. Lo squilibrio tra nord e sud del paese e tra città e periferia degradata rinnovò la conflittualità declinandola in modo diverso. Da una parte il problema "casa" e le periferie abbandonate (in certi posti dell'Italia vere e proprie enormi baraccopoli) dall'altra una nuova generazione di giovani che -- per la prima volta -- conosceva la ricchezza materiale ed intellettuale e quindi si fece portatrice di nuove esigenze di libertà e progresso. A questi sconvolgimenti sociali, economici e culturali si intrecciò la questione ancora presente e molto sentita dello scontro politico fascismo/anti-fascismo (non destra/sinistra, non conservatori/progressisti, non fascisti/comunisti). Scontro che in modi diversi e meno forti avvenne anche in altre nazioni ma che nella nostra -- per ovvie ragioni -- trascinò in pratica tutta la società civile ad un elevata ed insopportabile tensione politica.


["Corriere della Sera" Piazza Fontana]


Il governo del presidente

Dopo una relativa tregua dovuta più ad una crisi di rigetto della violenza in sé che non ad una vera e sentita riappacificazione, la dialettica politica nel finire degli anni 50 segna un mutamento di clima. Siamo nell'estate 1960, a Roma sono in programma le Olimpiadi e il PIL viaggia al 8,1%.

Dopo la crisi del governo di Antonio Segni, l'esponente della sinistra della Democrazia Cristiana Fernando Tambroni ricevette l'incarico di formare il governo dal presidente Giovanni Gronchi. Il governo è un monocolore DC e viene definito il "governo del presidente" per affermarne la natura "forte" ed emergenziale. Durante il suo insediamento riceve i voti determinanti per la fiducia dal MSI. E' la prima volta a livello nazionale che i post-fascisti hanno un peso così rilevante; localmente invece non sono rari accordi di vario genere tra DC e MSI. Ma a livello simbolico non è evidentemente la stessa cosa. Il modello centrista italiano incomincia la sua crisi che diventa strutturale quando, superata l'emergenza del dopoguerra, si capisce che non si riesce (o non si vuole) formare due gruppi dirigenti e con rappresentanza politica ai "lati" della DC che possano garantire una vera alternanza politica e che così possano dare risposte alle nuove esigenze venute dal mutamento improvviso di cultura e veri e propri stili di vita.

A destra non si può e non si deve andare perché lì c'è solo la riedizione della immane tragedia degli anni 30. A sinistra c'è il più grande Partito Comunista in Europa e, dopo gli accordi di Jalta, si deve accontentare di governi locali; i socialisti non hanno ancora la forza necessaria per imporsi.


["La notte della repubblica" Sergio Zavoli]


Le reazioni a questo governo e alla scelta di approvare e far svolgere a Genova il sesto congresso del Movimento Sociale Italiano si materializzano in manifestazioni di piazza nella stessa città di Genova e anche, tra le altre, a Reggio Emilia, Roma, Palermo, Licata, Catania, Napoli. Gli scontri sono violentissimi. Bisogna tener conto che un certo tipo di autoritarismo ancora permea alcune zone della società italiana per le cause sopra ricordate; nelle fabbriche la libertà sindacale è ridotta e spesso gli scioperi finiscono con i lavoratori presi a manganellate (non solo dalla polizia), nelle scuole e perfino nelle famiglie le generazioni a confronto si danno "battaglia". L'ordine pubblico è tenuto da membri e capi formati durante il regime e con una struttura non del tutto modernizzata e trasparente come è oggi. 


["I ribelli" Mimmo Calopresti]

Risultato: 11 morti, 5 a Reggio Emilia dove ci furono i fatti più gravi; a Genova in piazza manifestarono 100 mila persone. Dopo questi tragici eventi il governo Tambroni si dimette il 26 luglio 1960.

Il centro sinistra



["Domenica del Corriere" La svolta a sinistra]

Il primo governo di centro sinistra "organico" (così chiamato perché formato anche dai socialisti e che non ebbe solo un appoggio esterno) fu il primo governo di Aldo Moro, esponente dell'area progressista DC, ed ottenne la fiducia il 4 dicembre 1963. Il vicepresidente fu Pietro Nenni, massimo esponente del socialismo italiano. Questa "svolta a sinistra" non bastò a calmare gli animi di una società che si avviava sempre più ad una contrapposizione violenta. Nei posti di lavoro i sindacati -- anche quelli più a sinistra e battaglieri come la CGIL -- non riuscirono ad arrestare le nuove forme spontaneiste di lotta e la formazione di gruppi e movimenti estremisti che germinavano intorno ai luoghi di lavoro. Lo stesso avvenne nelle facoltà universitarie.



["La notte della repubblica" Sergio Zavoli]


Intanto i servizi segreti -- si scoprì dopo -- cominciarono una massiccia schedatura di tutti i politici, giornalisti, sindacalisti, personaggi importanti in genere, portata avanti dal SIFAR. A capo di quest'ufficio venne messo dal 1955 il generale Giovanni De Lorenzo, che subì più avanti un'indagine parlamentare per i fatti del piano SOLO (una specie di piano "difensivo" militare dell'arma dei carabinieri che sarebbe dovuto scattare in caso di tumulti e situazioni sociali pericolose). Il SIFAR verrà sciolto nel 65, sostituito dal SID (Servizio Informazioni Difesa). Come si seppe dopo, alcuni sindacalisti e "leader" dei lavoratori -- tramite le varie organizzazioni -- comprarono appartamenti vuoti da utilizzare in caso di eventi di natura eversiva per poter continuare il loro lavoro di tutela dei lavoratori. Insomma, il clima prima del maggio francese, del biennio 69-70 -- che vide una proliferazione di movimenti e gruppi extraparlamentari -- era di estrema tensione sociale. Era una tensione strisciante ma pronta ad esplodere, come in effetti fu. Per quanto riguarda la politica, il 26 luglio 1964 cade il governo Moro entrato in crisi sulla questione delle sovvenzioni alle scuole private. Il nuovo presidente della repubblica viene eletto a dicembre ed è Giuseppe Saragat.

A grandi passi verso l'inevitabile

Gli anni di "avvicinamento" all'implosione sociale sono di difficile lettura anche a livello culturale. I modelli giovanili richiamano ad un vero e proprio stravolgimento dell'essere individuale, e quindi non solo socialmente. Sono gli anni in cui alla comunicazione di massa della televisione che -- in qualche modo -- "organizza" e plasma il pensiero per costruire il "cittadino comune" si contrappongono modelli antagonisti di segno uguale e contrario che diventano vere e proprie mode (nel senso classico del termine); i beatles, i rolling stones, imprimono un ideale di libertà senza responsabilità che fatalmente irrompe in una società non ancora del tutto liberale. Le scosse culturali arrivano perfino dentro al nucleo familiare dove regnano ancora autorità e divieti bigotti. Marilyn Monroe ma soprattutto Brigitte Bardot, parigina giramondo, sono l'emblema della voglia di indipendenza delle giovani ragazze e in genere del mondo femminile oppresso sistematicamente in ogni luogo sociale fin dentro le mura di casa. Questi due mondi -- il conservatorismo responsabile ed autoritario da una parte e dall'altra la libertà individuale illimitata e ribellistica -- invece che mischiarsi ed esprimere una sintesi che possa espellere le parti più antisociali si scontrano prima "sottotraccia", poi politicamente e infine nelle strade.

Anche la politica internazionale getta benzina sul fuoco. L'Italia -- nel mediterraneo -- è circondata da regimi autoritari e antidemocratici, se non vere e proprie riedizioni del fascismo italiano. In Spagna c'è il franchismo, in Portogallo Salazar, nel 1967 in Grecia c'è un colpo di stato militare che darà vita alla "dittatura dei colonnelli" di Georgios Papadopoulos. Sono gli anni della guerra in Vientnam che vide l'ascesa del movimento pacifista americano, dell'invasione sovietica in Cecoslovacchia che mise fine alla "primavera di Praga". Nel 1966 Mao Zedong organizza la "rivoluzione culturale" cinese che verrà presa ad esempio dai gruppi rivoluzionari della sinistra extra-parlamentare e spaventerà le democrazie liberali occidentali. In questo divenire di movimenti e sommovimenti la disorientata società italiana traballa di fronte alle sollecitazioni politico-culturali che arrivano da ogni parte del mondo.

E' in questa pesante atmosfera che si arriva a Piazza Fontana, strage in cui furono uccise 17 persone. Ma forse non tutti sanno che quella bomba non fu la sola ad esplodere in quel 12 dicembre 1969: nello stesso giorno e più o meno alla stessa ora esplosero altre tre bombe a Roma che provocarono 16 feriti e a Milano fu trovato un altro ordigno (non esploso) nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala.

Come detto prima, il biennio 69-70 vide la nascita di una pletora di movimenti extraparlamentari di estrema destra, estrema sinistra e anarchici che propugnarono senza mezzi termini la lotta e lo scontro come dialettica politica. I partiti, i sindacati, non riuscirono ad "istituzionalizzare" la protesta incanalandola su binari democratici. Anzi, questi movimenti (sia di destra che di sinistra) ebbero come acerrimi nemici proprio l'area istituzionale culturalmente più vicina ai loro ideali, ritenendola traditrice degli "antichi valori" di cui questi estremisti si ritenevano i veri custodi. Intanto in Via Lorenteggio a Milano nel 1970 compaiono dei volantini con una stella a cinque punte chiusa dentro un cerchio. Il primo nucleo delle brigate rosse si fa conoscere dalla società italiana.
  
Le origini del terrorismo in Italia - seconda parte -