mercoledì 1 luglio 2020

Eventi storici in generale

Faccio un po’ di ripasso degli eventi storici che ho incontrato durante la mia vita. Non tutti sono eventi storici in senso stretto, alcuni sono situazioni più di custume, altri politici, altri ancora difficilmente catalogabili. Gli accadimenti sociali, generalmente parlando, hanno due impatti: uno sociale appunto (dovuto alla distanza dell’evento ad esempio) e uno del tutto individuale (età, interesse politico).
Questa idea mi è venuta quando un’amica mi ha riportato una frase di suo nonno che suonava all’incirca così: “neanche in guerra ero bloccato in casa”. La guerra è stata sicuramente più tragica ma questo periodo potrebbe rivelarsi (speriamo non tragico) ma storico (dal punto di vista strettamente legale e costituzionale penso lo sia già).

Ne metto alcuni in ordine cronologico e, per ognuno, cerco di mettere i due “impatti” che hanno provocato o che penso abbiano provocato. Inoltre cerco di capire se questi avvenimenti “rimarranno nei libri di storia” e quanto abbiano cambiato la percezione comune e individuale dello stare nel mondo definito moderno.

– 1986 Esplosione centrale nucleare Cernobyl

Vaghi ricordi per la mia giovane età. Però ricordo bene le tute strane dei soccorritori. Questo evento ha sicuramente cambiato la storia in Italia per via del referendum seguente. Ebbe importanza anche perché ancora nel pieno della guerra fredda.

– 1989 Proteste di piazza Tienanmen

Lo ricordo per via della copertura mediatica e per la famosa foto del manifestante di fronte al carroarmato. La forza dei simboli. Rimarrà forse più quell’immagine che la protesta in sè. Non credo sia da “libro di storia” per noi europei, seppur importante a livello politico locale cinese e di conseguenza mondiale.

(la famosa immagine della rivolta di Tienanmen)

– 1989 Caduta del muro di Berlino

Ancora molto giovane ma lo ricordo bene. Rimarrà nei libri di storia per quello che ha simboleggiato.

– 1992 Caduta della prima repubblica

Tangentopoli fu in qualche misura l’introduzione al populismo mediatico. Me lo ricordo benissimo anche per il motivo che da pochi anni seguivo la politica, seppur superficialmente. Questa rimarrà come fatto storico solo per noi italiani ovviamente ma credo che col passare del tempo si ridimensionerà. E’ probabile che sarà ricordato come fatto storico dagli “addetti ai lavori” in quanto dopo tangentopoli cambiò il modo di vedere la politica (e le votazioni in generale); ci si portò verso un bipolarismo imperfetto.

– 1999 Popolarità sempre più in aumento dei telefoni cellulari

Metto la data del mio primo cellulare, l’ericsson t28, anche se i cellulari cominciarono ad avere sempre maggior popolarità dalla metà degli anni 90 (seppur costisissimi i primi modelli li vedevi già per la strada). Secondo me hanno modificato la vita sociale in maniera impressionante, molto più di internet.

(il mio primo cellulare)

– 2001 Attacchi terroristici dell’11 settembre

Lavoravo già e mi ricordo la mattina che sucesse. Anche qui l’aspetto mediatico ebbe un’importanza abissale. Ricordo che cercavo notizie su internet ma la rete era sovraccarica e non si riusciva ad aprire nessun sito. Internet non era solo più un tool da nerd installato sui computer ma stava già cominciando a diventare fonte di informazione (che affiancava o sostituiva) i media tradizionali, giornali e tv.

– 2002 Introduzione definitiva dell’euro

Non diedi tanta importanza al fatto quando avvenne. Mi sembrava solo un “gioco”. Guardavo i soldi nuovi, abituato alle lire, come si guarda non una banconota o moneta di scambio ma come un giocattolo. Non so per quanto tempo ho fatto la conversione lire-euro per capire bene il costo di un prodotto. Anche per questo fatto molti alzarono i prezzi e arrotondarono per eccesso. Questo fatto insieme all’europa unita è sicuramente un fatto storico che rimarrà nei libri di storia. Un evento però lunghissimo e che ancora non è finito e per questo molto peculiare.

– 2008 Crack Lehman Brothers

Il crack della Lehman Brothers fu l’evento economico che mise in seria difficoltà quello che veniva chiamato il capitalismo moderno. La fine della storia così come pensava Francis Fukuyama non si rivelò esatta nel modo più pieno del termine. Come conseguenza in europa la crisi mise in evidenza che lo stato sociale avrebbe avuto dei limiti e che la spesa non poteva crescere all’infinito. Il ricordo di questo evento ce l’ho molto nitido perché lavoravo e la preoccupazione per la mia situazione economica-occupazionale era forte. Anche in questo caso non credo che verrà ricordato se non dagli addetti ai lavori, gli economisti.

– 2020 Coronavirus

Vediamo come finisce.

Alcuni link per chi volesse ripassare un po’ di eventi

Anni 80
Anni 90
Anni 2000


https://movimentocaproni.altervista.org/blog/eventi-storici-in-generale

Alla console Mario Draghi

La crisi economica seguita alla crisi sanitaria dovuta alla pandemia del coronavirus ha sconvolto le vite dei cittadini di tutto il mondo. Una volta finito lo straziante capitolo delle sofferenze e delle morti bisognerà cominciare a pensare alla situazione della economia mondiale.

Di sicuro il fermo produttivo di una moltitudine immensa di aziende e la disoccupazione enorme che ne consegue consegnerà, chi più chi meno, una situazione al limite della catastrofe. Pur riconoscendo che la crisi non risparmierà nessuno, sfortunatamente bisogna ammettere che l’Italia è in una condizione molto difficile. Più di molte altre nazioni.

Il futuro economico è talmente incerto che ha spinto Mario Draghi a scrivere un editoriale al Financial Times.
Di seguito alcuni brani con un mio commento.

“Le azioni che i governi stanno intraprendendo per scongiurare la crisi dei loro sistemi sanitari sono coraggiose e necessarie, e devono essere sostenute.
Tuttavia, queste azioni comportano anche enormi e inevitabili costi economici.”

In pratica l’apertura consiste nel cercare di far comprendere ai decisori economici e politici che questa crisi non è una crisi ciclica classica derivata da fattori finanziari o produttivi ma uno shock economico assolutamente unico nel suo genere. Come tale le contromisure standard non sono né saranno sufficienti.

“Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate con l’aumento del debito pubblico. Durante la Prima guerra mondiale, solo una quota compresa tra il 6 e il 15% della spesa bellica di Italia e Germania è stata finanziata con le tasse”

L’unico scenario di riferimento che Draghi paragona a quello attuale è quello della I guerra mondiale. Le aziende venivano “chiuse” dalle bombe, adesso dal coronavirus. Durante la guerra le aziende sane che non venivano distrutte erano forzatamente riconvertite — quando possibile — per produrre articoli bellici mentre adesso praticamente tutto il settore di non prima necessità è forzatamente chiuso. Una differenza non di poco conto nella similitudine ma ininfluente sul ragionamento generale attuale.

“Per questo le banche devono cominciare rapidamente a prestare fondi a costo zero alle aziende disposte a salvare posti di lavoro
[…]
Alcune aziende potrebbero essere in grado di assorbire la crisi per un breve lasso di tempo, indebitandosi
[…]
Inoltre, se l’epidemia di virus e i relativi blocchi dovessero perdurare più a lungo, realisticamente queste aziende potrebbero rimanere in attività solo nella misura in cui il debito accumulato per mantenere i dipendenti al lavoro finora venisse cancellato.”
[…]
Se si vogliono proteggere i posti di lavoro e la capacità produttiva, in entrambi i casi i governi dovranno assorbire gran parte della perdita di reddito causata dalla chiusura del paese.
[…]
I debiti pubblici cresceranno, ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la credibilità dei governi.”

Qua sta l’aspetto fondamentale dell’editoriale dell’economista italiano. Draghi non entra nel merito tecnico della soluzione; offre una prospettiva di lavoro generale. Vanno però prima fatte alcune premesse, noiose ma fondamentali.

Il QE della BCE consiste nel poter acquistare quantità grandi di titoli di stato e obbligazioni private sul mercato secondario per far diminuire i tassi di interesse. Le banche private che detengono ad esempio titoli di stato con basso rendimento preferiranno impiegare i soldi in modo più produttivo vendendo alla BCE i propri titoli e ricevendo soldi da immettere in forma di prestito a privati e aziende.
In USA hanno recentemente modificato il QE introducendo la possibilità di comprare titoli pubblici e obbligazioni private — quelli che vengono definiti corporate bond — di banche e aziende private sul mercato primario; ovvero all’emissione dell’obbigazione.
La differenza tra mercato primario e secondario è proprio questa: che nel mercato secondario gli acquisti vengono fatti su titoli e azioni già presenti nel mercato. Se la FED può comprare anche obbligazioni di nuova emissione, questo facilita enormemente la raccolta di risorse da parte di aziende in difficoltà perché momentaneamente sollevate dal dover trovare compratori a prezzi di mercato che potrebbero essere insostenibili.

Draghi va più in là. Non lo specifica chiaramente ma le solite politiche non vanno bene per questa crisi. Parla espressamente di cancellazione del debito privato nel senso di un suo spostamento verso il debito pubblico. Il problema è appunto la durata del fermo. Molte aziende potrebbero riuscire ad andare avanti ma molte potrebbero indebitarsi talmente tanto da non poter portare più avanti la produzione. Gli strumenti per evitare questo scenario catastrofico possone essere vari — anche se mai provati — come ad esempio forzare la BCE a comprare anche le obbligazioni di aziende pubbliche senza richiedere la periodica cedola oppure senza riscattarle a scadenza, immettendo altra moneta. In pratica regalare i prestiti.

Un’altra possibilità è utilizzare il debito pubblico nazionale per ripianare debiti privati e mantenere attivi i vari sussudi pubblici. Questo aumento enorme di debito pubblico poi verrebbe acquistato dalla BCE in maniera praticamente illimitata. E’ come se lo stato dicesse alle varie bance private: “prendete l’obbligazione di quella ditta, prestate soldi senza interessi a quell’altra, tanto se poi non vi ripagano lo faccio io, stato, tramite la BCE”. In pratica una monetizzazione finanziaria, fittizia, non so bene come chiamarla.

“La velocità a cui si stanno deteriorando i bilanci privati – a causa di una pure inevitabile e auspicabile chiusura di molti paesi – deve essere affrontata con altrettanta rapidità nel dispiegare le finanze pubbliche, nel mobilitare le banche e nel sostenerci l’un l’altro, come europei, per affrontare questa che è, evidentemente, una causa comune.”

La parte finale Draghi la dedica probabilemte a chi pensa di poterne venire fuori da solo — sia come macroregione che come nazione — essendo oramai l’economia e la finanza intrecciata in modo totale. Ad esempio una ditta americana che fa computer ed ha la produzione del processore negli stati asiatici, con il blocco forzato della fabbrica asiatica, si trova con la catena produttiva ferma anche nel caso sia esclusa o abbia passato la crisi del coronavirus. Anche all’interno dell’europa la situazione non è facile. Sempre come esempio si potrebbe pensare ad una ditta Norvegese che fabbrica sedie e ha all’interno del suo portafoglio clienti un’azienda molto grossa Spagnola. Se la ditta spagnola si ferma diventa un problema. Certo, continuerà a produrre ma probabilmente dovrà diminuire, almeno momentaneamente, la produzione con licenziamenti oppure con indebitamenti insostenibili nel lungo periodo.

Insomma, passato lo shock è ora di pensare alle soluzioni. Che non sono quelle che venivano utilizzate in passato.


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domenica 10 luglio 2016

Il referendum in UK

Eccoci qui a parlare di brexit.

Possiamo dire che ci sono due livelli di discussione: sociale ed economico. Certamente intrecciati – non potrebbe essere altrimenti – sono però due livelli che bisogna analizzare (sfortunatamente non a livello approfondito) separatamente.

Il mercato comune e la moneta Euro sono stati adottati per semplificare gli scambi commerciali all’interno del mercato europeo. Banale. E’ stata una questione puramente razionale-economica: meno tasse sui beni/servizi, maggiori vantaggi per i consumatori. Questo a prescindere dal fatto che una nazione – all’interno del mercato comune europeo – possa avere come moneta l’Euro o meno. Detto questo, e detto che la materia macroeconomica non è una scienza esatta, si può comunque cercare di capire tendenze ed evoluzioni che una scelta di politica economica può (potrebbe) causare.

Secondo FMI e OCSE una Brexit porterebbe a questi scenari. Schematizzo.

– Aumento del costo di finanziamento dovuto all’incertezza del futuro. Non si sa quali saranno i termini di rinegoziazione degli scambi commerciali.
– Difficoltà di finanziare politiche di deficit per il deflusso di capitale fuori dalla UK. Meno capitali da tassare meno soldi per le politiche sociali e di rilancio economico.
– Passaggio da una regolamentazione favorevole per il mercato unico europeo verso la regolamentazione standard del WTO. Più o meno metà del commercio UK è da e verso la UE. In altre parole: aumento della tassazione sui prodotti e servizi che si rifletteranno su un aumento del prezzo finale al consumatore.
– Disincentivazione del lavoratore europeo verso il mercato UK. Questo, certo, è voluto da una parte — la parte brexit — dei lavoratori ma che produce – a lungo andare – una minore competitività della produzione e degli investimenti. Chi lavora di più o ha più skill va dove viene pagato di più. E un mercato chiuso – soprattutto nel breve periodo – ha solo la svalutazione competitiva da “giocare”. Ma i costi della svalutazione si abbattono solo sul capitale variabile a reddito fisso: i lavoratori dipendenti.
– Apprezzamento dell’euro e di altre monete nei confronti della sterlina. Questo che potrebbe essere positivo per i prodotti esportati renderebbe di contro i competitor della UE più restii a concedere vantaggi sugli accordi commerciali in essere.
– La difficoltà di recuperare finanziamenti per la fuga di capitali e l’aumento di rischio produrrebbe nel lungo termine una diminuzione della ricerca e sviluppo e degli skill dei manager e lavoratori ad alto tasso professionale.

Questi sono ovviamente previsioni basate su modelli macroeconomici che si potranno avverare o meno, con più o meno intensità, ma alcuni fattori isolati sono sicuri. E parlo dell’aumento delle tariffe per gli scambi commerciali, tanto che si parla espressamente di brexit come di una “tassa”. Lo stesso per i disincentivi per i lavoratori più qualificati: quelli che sono costretti a migrare per motivi contrari alla propria volontà accettano quasi di tutto ma chi decide di spostarsi lo fa dove ritiene di avere meno problemi a livello sociale ed economico e più sicurezza e stabilità. L’unica cosa sicura in UK adesso è l’insicurezza. Nel prossimo futuro, che è quello che interessa al lavoratore qualificato, ancora di più.

Lo riporto ma è un numero che si basa su previsioni che tengono insieme molti fattori e che quindi è largamente discutibile. Per l’OCSE l’impatto sul PIL in UK sarà inferiore rispetto alla contrazione del PIL in EU e avrà questi valori indicativi.

GDP %
Near term: 2020                                              -3.3%
Longer term: 2030          central -5.1% / Optimistic -2.7% / Pessimistic -7-7%

Nel 1973 l’UK ha aderito al mercato comune diventando membro dell’UE. Sotto metto un grafico che mostra la ricchezza pro capite confrontata ad altre nazioni e federazioni di stati come gli USA di lingua inglese. Come si vede l’aspetto competitivo dell’inglese come lingua “universale” può essere un vantaggio culturale ma deve essere accompagnato da misure economiche per dispiegarsi al meglio.



Due parole sui negoziati e sulle tempistiche.

Per quanto riguarda i negoziati sulle regole, anche se l’uscita ufficiale prevede un lasso di tempo di due anni, gli scambi commerciali vivono di “vita propria”. I negoziati UE UK possono dar vita ad un accordo nuovo oppure seguire tariffe e regole sulla base di un accordo già esistente preso a modello. Come accordo standard — qualora non se ne trovi uno — viene recepito quello che viene definito “Most Favoured Nation”, che sarebbe quello del WTO.

Esempi di accordi commerciali sono:

European Economic Area (EEA) : UE – Islanda, Norvegia e Liechtenstein
European Free Trade Association (EFTA) : UE – Svizzera
Customs union : UE – Turchia
World Trade Organization : UE – Altre nazioni

Sulla tempistica non sono presenti — come ovvio che sia — precedenti a cui ispirarsi ma si possono valutare i negoziati precedenti per valutare che effettivamente tali accordi non si risolvono in fretta e che probabilmente risentono anche di valutazioni politiche che nulla hanno a che fare con l’economia (pensiamo alle scadenze elettorali dei vari stati Europei in concomitanza dei negoziati commerciali dopo il brexit).



Una cosa va detta sulla propaganda del fronte opposto — soprattutto sull’aspetto dell’immigrazione — e cioè che, non solo si devono spiegare le ragioni opposte ai vari populismi europei ma lo si deve fare bene e correttamente. Come piccolo esempio mi viene in mente quando — dopo aver ricevuto il classico attacco dei populisti sugli “stranieri che rubano il lavoro” — il rappresentante moderato risponde che i migranti fanno lavori che non vogliono fare più i “nativi”.

Questo, che può anche essere vero, non risponde appieno alla complessità delle cose e risponde ad una “semplicistica mezza verità” con un’altra. Non esisterebbe la struttura sociale così come la conosciamo senza la UE, l’euro e gli scambi commerciali. I 10 stranieri che lavorano in una ditta di 20 lavoratori dipendenti non ne stanno rubando 10 ma ne stanno facendo guadagnare 20 in generale. Le ditte che aprono e che assumono non lo farebbero o lo farebbero in modo diverso se tutto l’insieme di regole fosse diverso, se i potenziali consumatori fossero di meno, o ancora se i loro prodotti e servizi avessero un prezzo finale aumentato da ulteriori costi di commercializzazione.
Insomma, bisognerebbe cercare non solo di spiegare meglio le ragioni del progressismo europeo ma di studiarlo di più.

lunedì 25 aprile 2016

La globalizzazione

Il modello economico e sociale della globalizzazione -- per dirla in termini semplici -- è stato il modo di reagire (più o meno consapevolmente) delle classi dirigenti all'aumento della demografia mondiale. Ha portato effetti positivi tra i quali il più importante: l'innalzamento dello stile di vita di un'immensa porzione di abitanti della terra. Il processo non è stato indolore ed ha portato con sé conseguenze culturali di difficile interpretazione, come il livellamento dei gusti e delle idee.

Storicamente -- se si vuole dare una nascita ideologica -- è nata da un modello liberista ed economico venutosi a sviluppare dalla consapevolezza che la struttura economica e finanziaria pre-globalizzazione non era adatta a sei miliardi di persone. Anche se criticabili e poco poetiche le multinazionali e i centri di grande distribuzione alimentare erano condizione essenziale per "dare lavoro e da mangiare" a più gente possibile. L'alternativa sarebbe stata disastrosa: le pressioni di macroaree non alfabetizzate e povere avrebbero spinto verso le zone più ricche creando una insostenibile pressione ai confini di quest'ultime.

Nei primi anni del nuovo secolo le sperequazioni createsi dall'idea originaria del modello liberista vennero ereditate dalle élite progressiste in una sorta di passaggio di mano del problema demografico. Il modello originario venne leggermente modificato per non tornare indietro in un mondo fatto di confini nazionali e di divisioni che avrebbe certamente buttato via il buono che la globalizzazione economica e finanziaria aveva portato. Quindi si cercò di mettere paletti e regole alla finanza ed aumentare il peso dello stato (l'immenso flusso di denaro che i repubblicani e i democratici immisero nell'economia americana del dopo Lehman) e si cercò di eliminare i rimasugli storici dei nazionalismi con l'europa unita per rendere più egalitario il peso del dumping sociale in Europa.

Questo processo sembra oggi messo in crisi proprio nei luoghi dove tutto ha avuto inizio: in USA e nell'Europa Unita. Populismi ed estremismi di ogni colore ed intensità dimostrano che gli effetti negativi potrebbero superare, nella percezione dell'individuo, gli effetti positivi. Questo in parte è dovuto alla condizione umana che vede le conquiste già acquisite in modo meno evidente delle eventuali future paure.

Ma se si fermasse l'analisi alla sola questione economica si farebbe una sbaglio enorme. Le paure dei cittadini dell'ex primo mondo di perdere ricchezza e sicurezza perché minacciati fisicamente ed economicamente dai paesi ex poveri è "totale"; totale in un senso che comprende l'esistenza, il modo di vivere, lavorare e di socializzare del cittadino del mondo. In primo luogo questo spaesamento si è verificato nelle metropoli; è proprio qui che la globalizzazione ha mostrato tutto il suo carattere innovativo: ogni grande città è diventata un mondo in miniatura, con tutte le sue diversità e tutti i suoi conflitti. In pratica c'è stato un mostruoso aumento di libertà (libertà nel senso proprio, come libertà di scelta) dove accanto alla pizzeria si poteva mangiare afgano o indiano, dove anche il lavoratore medio poteva comprarsi una macchina giapponese oppure un libro di uno scrittore marocchino sconosciuto. Aveva sia l'opportunità ideale che concreta; le merci, saltando confini e senza costosi ed anacronistici pit stop doganali, arrivavano velocemente e a poco prezzo. Ma gli aspetti negativi (o quelli percepiti come tali) sono rimasti uguali in tutta la sua interezza e potenza. I conflitti etnici, religiosi, sono apparsi dalle tv direttamente nelle nostre vite, nelle nostre strade; la libertà e le nuove opportunità che molte persone straniere hanno portato si sono annullate con l'odio e il rancore coltivato da anni di privazione e guerre tribali di altre persone straniere.

Adesso, con la élite progressista in crisi, sarebbe stato il turno delle destre liberiste. Le fasi della politica mondiale sono come "ondate" che si susseguono tra questi due grossi poli. E' probabile che di tanto in tanto le grosse crisi ricadano su una o l'altra élite; se una delle due non è in grado o preparata ad affrontare il cambiamento non entra la sua parte opposta "moderata" ma entra in scena la sua controparte "radicale". Adesso i populismi di destra hanno preso definitivamente il posto della parte liberal-liberista moderata e dove non è forte il radicalismo nazionalista agiscono altri populismi di diversa estrazione ideologica, come Podemos in Spagna o Tsipras in Grecia (anche se quest'ultimo ha preso un aspetto via via più istituzionale).

Che le paure del cittadino del mondo non siano solo economiche ma anche di altra natura lo dimostrano plasticamente vari fenomeni come -- primo tra tutti -- il terrorismo fanatico religioso, ma insieme ad esso difficoltà sociali come il passaggio dal lavoro stabile (economicamente e territorialmente) al lavoro flessibile, la crisi della socialità politica generale che si rispecchia nei partiti e nei sindacati. In pratica alla immensa libertà individuale e ad una circolazione mai avvenuta delle idee a livello planetario non è corrisposta una costruzione sociale che garantisse un minimo di sicurezza economica ed esistenziale dell'individuo.

Che fare? Tornare indietro non si può. E' anti-economico. Andare ancora più avanti accelerando è ancora più rischioso.
A complicare ulteriormente la faccenda è il fatto che questo passaggio storico avviene non con le crisi delle ideologie (come molti dicono) ma nel pieno dispiegarsi delle ideologie passate che si ripropongono affermando le solite "finte verità". Affrontare modelli economici nuovi con ideologie superate è sicuramente lo scenario che porta al fallimento. Ed è però lo scenario attuale.

sabato 19 marzo 2016

Andare avanti tornando indietro

Here we go again

Eccoci di nuovo qui a perdere tempo con i peronismi (non capiti) di casa nostra. Carenza culturale; o meglio: poca voglia di informarsi; o meglio ancora: incapacità di darsi un metodo di conoscenza. Quante volte ci è capitato in ufficio di essere sommersi di lavoro in un lasso di tempo piccolo e con gli altri colleghi già a casa o non ancora arrivati? Alla fine si fa tutto, e lo si fa male.

In pratica sta succedendo per la politica sociale la stessa cosa. Anche chi non ha mai seguito la politica pensa di poter esprimere concetti originali e mai venuti a galla (il famoso sveglia!), dimenticandosi che molte dinamiche sociali già sono state studiate e capite parecchio tempo fa. L'aspetto più preoccupante è che la questione sembra non conoscere limitazioni di "disciplina"; ognuno sa e -- per il solo fatto di pensare di sapere -- esprime. Qualcuno potrebbe obiettare: "ma tu chi razzo ti credi di essere?". Certo, anche io sono palesemente ignorante ed è per questo che sono un fanatico della delega.

Non solo della delega, ma anche della cooperazione. Se ho problemi a lavoro delego al sindacato e spero (anzi voglio) che questo sia un insieme di individualità ma che alla fine formino una identità. Lo stesso per la politica... ho bisogno e necessità dei partiti. E anche i partiti devo riconoscerli; devono dichiararsi per essere conosciuti. Progressisti? Conservatori? Altro che "né di destra né di sinistra". Il fatto di delegare ad un corpo identificabile come (più o meno) un tutto organico mi rende il meccanismo sociale più comprensibile; così come la decisione di prendere parte ad uno di questi corpi istituzionali rende meno chimeriche le mie ambizioni di cambiamento sociale.

Delegare chi sa e delegare a molte persone che concorrono alla stessa "opera". Nulla di nuovo: divisione del lavoro ed economia di scala.

Il berlusconismo ha tolto di mezzo i corpi intemedi (ghe pensi mi). Il grillismo ha completato l'opera, togliendo di mezzo la cooperazione (clicka da casa, individualmente, non parlare con altri, insulta, tanto sono tutti corrotti e nessuno ha niente in comune, appunto né destra né sinistra) .

Qual è il punto? E' la perdita di tempo, appunto.

Il peronismo berlusconiano era visibile subito (o almeno dopo poco, siamo buoni). Un monopolista che fa una "rivoluzione liberale" avrebbe fatto ridere chi avesse avuto un minimo di conoscenza dei meccanismi economico-politici. Si sono fatti girotondi su girotondi perché si riteneva che utilizzare il proprio impero economico e informativo per conquistare il potere politico e poi -- una volta conquistato -- utilizzarlo per incrementare tale potere fosse un'anomalia inconcepibile nel mondo occidentale. Questa anomalia (tenuto conto dei tempi) era riconosciuta in tutto il mondo occidentale e -- in parte -- anche in Italia.

Adesso abbiamo una azienda di marketing il cui capo nemmeno partecipa alle elezioni ma manda avanti rappresentanti che firmano una specie di contratto (che non ha ovviamente valore legale ma che è molto indicativo sul clima da stasi creato all'interno del movimento) con la ditta stessa. Di questo movimento/ditta non si conosce nulla: né bilanci, né finanziatori. A me la cosa mi sembra incredibile... non trovo altre parole.

Allora perché si perde del tempo a discutere di scontrini, trivellazioni, legge elettorale, primarie, quando non si discute delle enormità che le novità politiche -- in senso prettamente tecnico -- rendono palesi. Il centro-sinistra avrà di fronte per i prossimi anni nuovamente una destra "anomala". Dico subito che -- secondo me -- il fatto che queste situazioni al limite della democrazia compiuta si sono sviluppate (e si svolgono) nell'area della destra non ha una motivazione univoca ma una serie di motivazioni derivanti da molteplici situazioni, anche casuali e non solo sociali e storiche.

Non sono certo un fautore della superiorità culturale di un elettorato rispetto ad un altro, sarebbe un'idea stupida e superficiale. Il berlusconismo è sceso nel campo dove c'era più spazio; malgrado il suo "campo" fosse -- ricordiamolo -- craxiano e quindi di sinistra (lo so, adesso fa ridere ma così era). Non credo -- con l'impero televisivo che aveva -- che Berlusconi avrebbe avuto difficoltà a costruirsi una retorica da leader populista di sinistra, difensore degli oppressi. Anche il grillismo ha svoltato a destra non solo per natura intrinseca dei movimenti forcaioli ma perché, come una vera azienda di marketing sa, vuole vendere il proprio prodotto dove c'è più margine commerciale. In Italia si vende bene sopra le macerie ex-berlusconiane.

Ma queste sono discussioni. Il fatto principale è che sta partendo lo stesso film del 1994. Con le istituzioni costantemente delegittimate dal gentismo e con in più il contorno di movimenti anti-sistema che si dispiegano con forza in tutta europa. In tutto questo è sempre divertente vedere come la sinistra trovi il tempo di dividersi, gli intellettuali moderati di destra e di sinistra, conservatori e progressisti discutere ma mai avere il coraggio di prendere una posizione netta. Surreali poi le disquisizioni sulla Bedori: "è disoccupata non sarebbe andata bene" e la Raggi: "parla bene ma potrebbe avere difficoltà a governare". Come se questo fosse il punto.

Mi viene in mente un libro (L'illusione populista, Taguieff) che ho letto -- e che consiglio -- dove viene trattato lo choc provato dai francesi dopo l'ascesa di Le Pen. Nel libro -- riassumo -- si dice: "attenzione che se non si cerca di risolvere la vera questione che sta dietro al successo lepeniano, non la si studia e la si derubrica intellettualmente enunciando solo un antifascismo storico di facciata, allora la situazione si ripresenterà".

Detto fatto.

La situazione sociale italiana non si risolve solo in questo e la discussione diverrebbe molto lunga. Altre due considerazione -- a livello minimale -- le voglio comunque fare.

La prima è che il populismo (è storicamente dimostrato) non si batte con la razionalità e la moderazione ma si tiene sotto controllo con altrettanto populismo. Anche recentemente la regola non ha fatto eccezione: Bersani è stato triturato, Renzi tiene botta in quanto demagogico nei modi, sebbene non nei contenuti.

La seconda è che le istituzioni europee debbono prendere atto che siamo di fronte alla necessità di attuare decisioni altamente politiche per evitare che l'europa non diventi una enorme repubblica di Weimar federata. A livello economico e culturale. Non siamo di fronte alla xenofobia storicamente conosciuta ma ad un vero e proprio straniamento della cittadinanza. Non solo fenomeni immigratori massicci ma anche emigrazione e costante cambio di vita lavorativa (la vita liquida di Bauman); una sorta di nomadismo per chi è costretto a viaggiare e di cambio continuo di "paesaggio" metropolitano e quindi di cambiamento anche per chi "rimane" che non ha eguali nella storia.

mercoledì 13 gennaio 2016

Il giornale indipendente Fatto Quotidiano

Il giornale che "non fa sconti a nessuno" ha deciso -- visto il momento delicato -- di tornare alle origini. Censura, e ancora censura.



Dove siano violazioni al codice dei commenti del giornale in questo commento non è dato sapersi. Di sicuro insultare un' intera categoria di politici, militanti e simpatizzanti passa lo standard dei commenti (eh beh, essendo una Verità rivelata del Guru non di discute).